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Perché ci vergogniamo così tanto? L’emozione che trasforma gli errori in giudizi su chi siamo

venerdì, 31 Luglio 2026
2 minuti di lettura

Una riunione di lavoro, tutti sono seduti attorno al tavolo e qualcuno ti rivolge una domanda semplice, ma la risposta non arriva, ti confondi e senti il volto diventare caldo. È un episodio comune, eppure in quell’istante vorremmo sparire. Succede perché la vergogna ha un superpotere distruttivo, trasforma una piccola gaffe in una condanna a morte della tua autostima.

Per gli psicologi la vergogna influenza prepotentemente la costruzione della propria identità e delle relazioni che ci accompagnano ogni giorno. Michael Lewis, psicologo statunitense e tra i maggiori studiosi delle emozioni, definisce la vergogna come una delle cosiddette emozioni autocoscienti. È un sentimento che nasce non soltanto per l’azione appena compiuta, ma anche perché crediamo di non essere all’altezza delle aspettative sociali o personali. Il problema è che questo filtro mentale ci logora.  A causa di un sentimento amplificato dalla nostra mente, molto spesso si rinuncia a esperienze, piccoli piaceri e relazioni per il timore di essere giudicati inadeguati, anche quando le persone di fronte a noi non fanno nemmeno caso a quello che è appena successo.

Perché ci vergogniamo così tanto?

Come ogni sentimento, che sia negativo o positivo, anche la vergogna dal punto di vista evolutivo è stata essenziale. In passato essere accettati dalla propria comunità significava sopravvivere, per questo il nostro cervello ha sviluppato un vero e proprio antifurto biologico sensibile a qualsiasi minaccia alla nostra reputazione.

Ad oggi diversi studiosi hanno esaminato il legame tra vergogna e competizione sociale, tra cui Paul Gilbert, fondatore della Compassion Focused Therapy. Secondo lo psicologo britannico, quando pensiamo di trovarci in una posizione inferiore rispetto agli altri o temiamo di essere giudicati negativamente si attivano risposte automatiche di difesa, come evitare il confronto o diventare ipercritici verso noi stessi.

L’epoca del confronto permanente

Con i social, poi, la vergogna non ha fatto altro che fiorire. Essere costantemente esposti a vite all’apparenza perfette porta molti a sentirsi spesso fuori luogo, non abbastanza. Tutto ciò è ormai riconosciuto anche da diversi studi, che evidenziano come un uso frequente dei social network aumenta il confronto sociale e porta allo sviluppo di emozioni come vergogna e insicurezza, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti.

Le radici nell’infanzia e nel silenzio

Molto spesso le radici della vergogna sono da ricercare anche nelle esperienze infantili. Critiche, umiliazioni o educazioni basate sulla mortificazione possono portare il bambino ad interiorizzare il pensiero di non valere. Il tempo non fa altro che sedimentare l’idea e così quella voce critica diventa parte dell’identità dell’individuo, che finirà sempre per sentirsi a disagio e giudicato anche quando nessuno lo sta effettivamente giudicando.

Come se non bastasse, le motivazioni alla base della vergogna vanno ricercate anche nell’isolamento sociale. La ricercatrice americana Brené Brown, che da vent’anni studia vergogna e vulnerabilità, sostiene che questa emozione prosperi nel silenzio e nell’isolamento.

Potremmo dire che la vergogna non nasce come emozione negativa, in quanto aiuta a rispettare le regole della convivenza e a riflettere sull’impatto delle nostre azioni. Diventa, però, tossica quando si trasforma in un giudizio permanente sul nostro valore personale.

Per combattere questo sentimento quando diventa troppo, gli psicologici parlano di autocompassione. La ricercatrice Kristin Neff ha dimostrato che imparare a trattarsi con la stessa comprensione che riserveremmo a un amico riduce la vergogna, favorisce la resilienza e migliora il benessere psicologico, senza diminuire il senso di responsabilità.

La vergogna continuerà a far parte dell’esperienza umana, ma riconoscerla e comprenderne i meccanismi significa sottrarle parte del suo potere.

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