Conoscere nuove persone è sempre un momento delicato, perché non sappiamo mai chi potremmo ritrovarci di fronte. A volte, senza sapere bene il perché, chi abbiamo davanti ci trasmette familiarità e fiducia, mentre altre volte ci mette a disagio. Da dove nasce questa impressione?
Quando incontriamo qualcuno il nostro sistema percettivo e neurobiologico raccoglie in pochi istanti una grande quantità di informazioni osservando il volto, la postura, gli sguardi, i movimenti e la voce. Ogni minimo dettaglio contribuisce a costruire una prima impressione, una sorta di ipotesi su chi abbiamo di fronte. Raccogliere dati e informazioni è estremamente importante anche per la nostra sopravvivenza mentale e fisica, più nozioni impariamo più capiamo se una situazione è accogliente, ambigua o conflittuale.
Il cervello osserva prima delle parole
Questa valutazione avviene a livello psicologico, ma coinvolge anche il corpo. Il neuroscienziato Joseph LeDoux ha dimostrato che il cervello elabora gli stimoli attraverso due vie. Quando incontriamo uno sconosciuto, le informazioni visive e uditive percorrono la cosiddetta “via bassa”, un canale rapido e inconscio che invia i segnali direttamente all’amigdala, ovvero il centro deputato all’elaborazione delle emozioni. Questo accade prima che la corteccia cerebrale, attraverso la più lenta e razionale “via alta”, abbia identificato in modo consapevole la persona che abbiamo davanti.
A questo meccanismo si unisce ciò che lo psichiatra Stephen Porges definisce neurocezione, la capacità del sistema nervoso di monitorare l’ambiente alla ricerca di segnali di sicurezza o pericolo. Se il volto dell’altro è espressivo e la voce armoniosa, la neurocezione interpreta questi segnali come rassicuranti e attiva il sistema parasimpatico, favorendo uno stato di calma. Al contrario, uno sguardo fisso, una postura rigida o alcune espressioni facciali possono attivare lo stato di allerta facendoci sentire a disagio anche se non ne conosciamo il motivo. Tutto ciò avviene anche perché il processo è velocissimo.
Bastano pochi istanti per farsi un’idea
Secondo lo studio First Impressions: Making Up Your Mind After a 100-Ms Exposure to a Face di Janine Willis e Alexander Todorov, bastano circa 100 millisecondi di esposizione a un volto per formulare un giudizio. Velocità e accuratezza, però, non sono la stessa cosa, noi siamo molto rapidi nell’attribuire caratteristiche alle persone, ma non sempre queste considerazioni sono corrette. Il cervello non aspetta di avere tutte le informazioni, ma costruisce rapidamente un’ipotesi per poi capire come muoversi nella relazione con l’altro.
In quei pochi millisecondi il cervello si pone due domande. La prima riguarda le intenzioni dell’altra persona, se è amichevole, affidabile o empatica. È ciò che gli studiosi Susan Fiske, Amy Cuddy e Peter Glick definiscono dimensione del “calore” nel Modello del Contenuto degli Stereotipi. La seconda domanda riguarda la capacità dell’altro di mettere in atto quelle intenzioni, se è competente, capace, forte o intelligente. Il senso di fiducia immediato nasce quando percepiamo un elevato livello di calore umano.
Il nostro passato influisce sulle impressioni
La sensazione di disagio, tuttavia, non dipende solo da come si comporta l’altra persona. Infatti, la percezione sociale è influenzata anche dal contesto e dalle esperienze passate. Un tono di voce, un’espressione, un modo di muoversi possono risvegliare inconsciamente ricordi ed emozioni già vissuti. Può bastare una vaga somiglianza fisica o comportamentale perché il nostro cervello associ una persona appena conosciuta a qualcuno che in passato ci ha ferito o ci ha fatto sentire al sicuro. Questo spiega perché due persone possono incontrare lo stesso individuo e avere impressioni diametralmente opposte. Le sensazioni non vanno ignorate poiché possono rappresentare un segnale, soprattutto quando si accompagnano a comportamenti concreti che ci fanno sentire insicuri o non rispettati. Allo stesso tempo è importante ricordare che una sensazione non è una prova e non deve diventare automaticamente un giudizio sull’altro.





