C’è una domanda che l’Europa dovrebbe avere il coraggio di porsi: dove stiamo andando?
Mentre Stati Uniti e Cina combattono una competizione tecnologica destinata a ridisegnare gli equilibri del XXI secolo, l’Europa sembra assistere agli eventi dalla tribuna. La sfida non riguarda più soltanto il commercio o la manifattura.
Riguarda l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, il calcolo quantistico, la robotica, lo spazio, le telecomunicazioni, l’energia, i droni e i missili ipersonici. Riguarda, in sostanza, il controllo dell’architettura tecnologica sulla quale si costruirà il potere del futuro.
Gli Stati Uniti dispongono di un ecosistema tecnologico e finanziario senza eguali. La Cina ha trasformato la politica industriale in una strategia nazionale, investendo massicciamente nelle tecnologie considerate decisive. Persino la Russia, pur enormemente più debole sul piano economico, ha costruito un proprio ecosistema digitale, con motori di ricerca, piattaforme nazionali e programmi sull’intelligenza artificiale.
E l’Europa?
L’Europa rischia di diventare il grande mercato del mondo senza essere più uno dei grandi produttori di futuro.
Il paradosso è evidente. Si discute continuamente della possibilità di un conflitto con la Russia, ma l’incremento della produzione europea nel settore della difesa procede con difficoltà. Si parla di autonomia strategica, ma non disponiamo ancora di un ecosistema tecnologico paragonabile a quello delle grandi potenze nei settori decisivi. Si invoca la sovranità digitale, mentre una parte essenziale delle infrastrutture tecnologiche europee dipende da aziende straniere.
È come se, all’alba della rivoluzione industriale, avessimo deciso di continuare a utilizzare i telai a mano.
Il problema, però, non è l’Unione europea. Al contrario: l’UE è probabilmente l’unica dimensione nella quale gli Stati europei possano ancora competere con Stati Uniti e Cina. Il problema è la classe dirigente europea che, negli ultimi anni, ha dimostrato una preoccupante incapacità di distinguere le priorità strategiche dalle proprie ossessioni normative.
La transizione ecologica affronta un problema reale e deve essere perseguita. Ma trasformarla in una gigantesca macchina regolatoria, imponendo costi insostenibili a famiglie e imprese senza costruire contemporaneamente una politica industriale e tecnologica europea, è stato un errore strategico. Non si può pretendere di salvare l’industria europea rendendola semplicemente più costosa rispetto a quella dei concorrenti.
E mentre la leadership europea discuteva di norme, vincoli e obiettivi, il mondo entrava nella nuova rivoluzione industriale.
L’intelligenza artificiale non è una semplice tecnologia: è una piattaforma destinata a trasformare industria, ricerca, finanza, difesa e amministrazione. Il calcolo quantistico potrebbe modificare radicalmente la sicurezza e la ricerca scientifica.
La robotica cambierà la manifattura. I semiconduttori sono diventati una risorsa strategica. Lo spazio è ormai un dominio economico e militare. Le telecomunicazioni sono infrastrutture di sovranità.
In questo mondo non basta regolamentare la tecnologia degli altri.
Bisogna produrla.
Ed è qui che emerge la responsabilità dell’attuale leadership europea. Non possiamo attribuire ogni difficoltà alla concorrenza americana, alla Cina, alla Russia o alla globalizzazione. Le scelte politiche contano. E per troppo tempo Bruxelles ha confuso la regolamentazione con la strategia, la norma con l’innovazione, il vincolo con la competitività.
L’Europa avrebbe bisogno di una gigantesca politica industriale comune: ricerca finanziata su scala continentale, grandi programmi europei sull’AI e sul quantistico, produzione di semiconduttori, robotica, spazio e difesa, energia a costi competitivi, capitali per far crescere le imprese tecnologiche e una drastica semplificazione burocratica.
Serve soprattutto una nuova cultura politica. Una cultura che comprenda che nell’epoca della tecnica anche la tecnologia è potere.
L’Europa possiede università, ricercatori, industrie straordinarie, capitale umano e un mercato immenso. Non le manca il potenziale. Le manca una leadership capace di trasformarlo in una strategia.
La storia, però, non aspetta.
Le rivoluzioni tecnologiche non rispettano i tempi della burocrazia. Chi arriva prima costruisce gli standard, controlla le infrastrutture, accumula capitale, forma competenze e conquista i mercati. Gli altri acquistano.
L’Europa può ancora scegliere di essere protagonista.
Ma se la sua classe dirigente continuerà a preoccuparsi più di regolamentare il futuro che di costruirlo, il destino europeo sarà già scritto.
Non sarà un crollo improvviso.
Sarà qualcosa di molto più lento e pericoloso: una lunga, ordinata e apparentemente rassicurante dissolvenza.





