L’arte afroamericana perde una delle sue voci più potenti: Betye Saar, pioniera dell’assemblage e figura centrale del Black Art Movement degli anni ’60, è morta domenica mattina a Los Angeles all’età di 99 anni, pochi giorni prima di compiere 100 anni. La notizia è stata confermata lunedì dalla famiglia. Saar ha trasformato oggetti di recupero, cimeli dell’era Jim Crow e materiali quotidiani in sculture che raccontavano identità, spiritualità e resistenza. Le sue celebri “assemblage boxes” hanno ridefinito il linguaggio dell’arte politica afroamericana, sovvertendo simboli razzisti e restituendo loro una forza liberatrice.
Nata a Pasadena, cresciuta in una comunità di artisti afroamericani ad Altadena, Saar iniziò nel design prima di dedicarsi all’arte a 35 anni. Le Watts Towers di Simon Rodia furono una delle sue prime ispirazioni. Tra le sue opere più rivoluzionarie, “Black Girl’s Window” (1969), acquisita dal MoMA solo nel 2019, e “The Liberation of Aunt Jemima” (1972), una delle più iconiche.
In quest’ultima, Saar riappropria la figura stereotipata della “mammy” trasformandola in una guerriera armata di fucile e granata. L’opera nacque dopo l’assassinio di Martin Luther King Jr., che l’artista descrisse come un momento di “rabbia incontenibile” capace di trasformare la mistica in militanza. Decenni dopo, nel 2020, Quaker Oats ritirò il marchio Aunt Jemima riconoscendone le radici razziste.
Nonostante una personale al Whitney nel 1975, le grandi istituzioni hanno esposto i suoi lavori solo sporadicamente fino al 2019, quando il LACMA e il MoMA le dedicarono mostre simultanee. Nel 2026 è stata ammessa all’American Academy of Arts and Letters. La regista Angela Robinson Witherspoon, autrice del documentario “Betye Saar: Ready to Be A Warrior”, ha ricordato la sua energia inesauribile e il desiderio di partecipare al Movimento per i Diritti Civili mentre cresceva le sue tre figlie. Oggi, una mostra dedicata ai suoi costumi è in corso al Roberts Projects.





