La leader della destra australiana Pauline Hanson ha subito una pesante battuta d’arresto giudiziaria: lunedì, la Corte Federale Plenaria ha respinto il suo appello e confermato la sentenza del 2024 che la dichiarava colpevole di discriminazione razziale nei confronti della senatrice musulmana dei Verdi Mehreen Faruqi. Il tribunale ha stabilito all’unanimità che il commento rivolto alla parlamentare — “tornare in Pakistan” — non era protetto dalla libertà di parola e violava le leggi contro la discriminazione. “Oggi ha trionfato la giustizia”, ha dichiarato Faruqi fuori dal tribunale di Sydney. «La vittoria di oggi è per ogni singola persona a cui è stato detto di tornare da dove è venuta».
Hanson, invece, ha definito la decisione un segnale di un dibattito pubblico “soffocato da leggi e regolamenti”, annunciando l’intenzione di ricorrere alla Alta Corte australiana, ultima istanza del Paese. La vicenda nasce da uno scambio sui social: Faruqi aveva scritto di non poter «piangere il leader di un impero razzista costruito su vite rubate». Hanson aveva replicato accusandola di aver “approfittato” dell’Australia e invitandola a 2fare le valigie e tornare in Pakistan”. Faruqi, immigrata nel 1992 e prima donna musulmana eletta in un parlamento australiano, aveva citato in giudizio la leader di One Nation. Nel 2024, un giudice aveva stabilito che il post era ragionevolmente idoneo a offendere, insultare, umiliare e intimidire non solo Faruqi, ma anche musulmani australiani e persone di colore immigrate nel Paese.
I giudici hanno inoltre confermato la piena validità costituzionale della legge e hanno rilevato che Hanson non aveva dimostrato alcuna giustificazione legittima legata all’interesse pubblico. Fondata nel 1997, One Nation è stata a lungo considerata una forza marginale, ma la linea dura di Hanson sull’immigrazione ha guadagnato consensi nei sondaggi più recenti, rendendo la sentenza un passaggio politicamente significativo per la destra australiana.





