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Potenza senza strategia

sabato, 12 Settembre 2026
2 minuti di lettura

La guerra tra Stati Uniti e Iran sta entrando in una fase nella quale la questione decisiva potrebbe non essere più la capacità di colpire l’avversario, ma quella di sopportare gli effetti del conflitto. La variabile determinante potrebbe diventare la resilienza sistemica.

Il paradosso egemonico

Gli Stati Uniti dispongono di una superiorità militare che consente loro di mettere ripetutamente in difficoltà l’Iran. Ma esiste una differenza fondamentale tra colpire la capacità operativa di un avversario e destabilizzare le infrastrutture economiche dalle quali dipende il funzionamento dell’economia mondiale. Ed è qui che emerge il problema strategico.

Essere egemoni, o pretendere di esserlo, significa garantire il commercio e la stabilità economica globale. Un egemone fornisce beni pubblici: sicurezza delle rotte, prevedibilità dei mercati, un sistema di regole condivise. In cambio ottiene legittimità e influenza. Quando gli Stati Uniti lasciano che vengano colpite le infrastrutture degli alleati o colpiscono a loro volta raffinerie, depositi e infrastrutture petrolifere nel Golfo, entrano in una pericolosa contraddizione. Gli Stati Uniti, infatti, stanno facendo l’esatto contrario di ciò che un egemone dovrebbe fare. Stanno consumando la propria legittimità mentre cercano di esercitare la propria potenza. E la contraddizione in questione è strutturale: l’egemone usa strumenti militari che minano la funzione economica che giustifica la sua egemonia. In sostanza siamo di fronte a una tensione tra potere coercitivo e funzione sistemica.

L’impatto sui mercati

Colpire le raffinerie, peraltro, non significa necessariamente impedire a uno Stato di continuare a combattere. Significa anche sottrarre prodotti raffinati al mercato e trasferire una parte degli effetti della guerra dal teatro militare all’economia. Il petrolio può essere estratto e venduto attraverso circuiti alternativi; la capacità di raffinazione, invece, richiede impianti complessi e tempi molto più lunghi per essere ricostituita, ma più in generale i tempi per ripristinare i flussi sono molto lunghi: in questo senso il tempo agisce come fattore asimmetrico della guerra e il rischio è che si cominci a modificare la struttura dell’offerta mondiale.

Il mercato petrolifero lo riflette già: il Brent è a 99 dollari al barile, le esportazioni dal Golfo sono sensibilmente inferiori ai livelli precedenti, e la Cina cerca quantità crescenti di greggio alternativo, alimentando ulteriormente la competizione internazionale per le forniture disponibili. Se la domanda mondiale di energia rimane superiore all’offerta, il mercato si riequilibra soltanto attraverso un aumento dei prezzi o una riduzione dei consumi – il che significa, in ultima analisi, comprimere l’attività economica.

Dall’energia all’alimentazione

Le conseguenze si estendono oltre l’energia. I fertilizzanti dipendono da una complessa catena logistica nella quale il Golfo occupa una posizione strategica: attraverso Hormuz transitano quantità significative di urea, ammoniaca e fertilizzanti fosfatici. La FAO ha segnalato che le perturbazioni di Hormuz potrebbero ridurre le rese potrebbero ridurre le rese agricole nella seconda metà del 2026 e nel 2027. Se contemporaneamente il blocco delle rotte del Mar Nero limita le esportazioni di cereali dall’area di Odessa, l’effetto diventa sistemico: crisi energetica che si trasforma in crisi alimentare, con instabilità politica, tensioni valutarie e nuovi flussi migratori nei paesi più dipendenti dalle importazioni.

Si potrebbe obiettare “e con ragione” che il costo geopolitico di una sconfitta sia tale per gli USA da rendere tollerabile una contrazione dell’economia globale, Ma questa è una dinamica a somma negativa, nella quale il tentativo di prevalere sull’avversario può produrre un danno sistemico che investe anche chi prevale.

La mancanza di visione

Il problema è che il vizio è all’origine e aggrava il quadro. L’assenza di strategia non è solo concettuale, è temporale. Non era stato pianificato cosa fare se i conflitti si fossero prolungati. Si è agito nella presunzione di una resa rapida. Quando questo non è avvenuto, gli Stati Uniti si sono trovati dentro impegni che non avevano calibrato nella loro durata, accumulando costi economici reali mentre i benefici strategici rimanevano ipotetici e lontani. Si è entrati in partite lunghe con una mentalità da partita corta.

Una guerra può essere vinta militarmente e persa economicamente. E quando l’economia colpita non è solo quella dell’avversario, ma quella dell’interdipendenza globale, la superiorità tattica rischia di trasformarsi in vulnerabilità strategica. Nel tentativo di privare l’avversario della propria resilienza, si può finire per compromettere quella del sistema internazionale nel quale anche il vincitore è immerso.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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