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Il nuovo paradigma della guerra permanente e l’opzione nucleare

Il nuovo paradigma della guerra permanente e l’opzione nucleare

giovedì, 2 Luglio 2026
2 minuti di lettura

In Occidente il riarmo tedesco viene generalmente interpretato come un volano economico. Che il rafforzamento delle capacità militari europee sia oggi un’esigenza concreta è difficilmente contestabile e, per molti aspetti, trascende persino la guerra in Ucraina. Per oltre trent’anni gli eserciti europei si sono preparati a operazioni di stabilizzazione e a conflitti asimmetrici; oggi il ritorno della guerra convenzionale tra Stati è tornato a essere uno scenario realistico.

Ciò che colpisce è il limitato dibattito sulla natura di questo riarmo. La Germania non parla semplicemente di espandere l’industria della difesa, ma di riconvertire parte del proprio apparato industriale alla produzione bellica. È una differenza sostanziale.

La domanda che quasi nessuno pone è come Berlino intenda sostenere nel tempo una simile trasformazione. Una volta ricostituite le proprie forze armate, quale sarà il destino di quelle capacità produttive? Una riconversione industriale di questa portata può sopravvivere solo in presenza di una domanda costante. In termini geopolitici significa immaginare un mondo strutturalmente più instabile, caratterizzato da una competizione militare permanente.

Nel frattempo la politica tedesca e parte dei vertici militari hanno assunto una delle posizioni più dure nei confronti della Russia, mentre Berlino continua a fornire all’Ucraina droni, munizioni in quantità significative. Tutto questo avviene in un duplice contesto: la Germania torna a proiettarsi verso l’Europa orientale, dove la percezione della minaccia russa è elevata, e il riarmo procede in una fase di sostanziale assenza di efficaci canali diplomatici tra Mosca e l’Occidente. Kissinger sosteneva che rifiutarsi di parlare con un avversario nucleare non è una posizione morale, ma un lusso che non ci si può permettere.

Quando una grande potenza industriale avvia un riarmo strutturale e una potenza nucleare come la Russia lo interpreta come una minaccia esistenziale, si innesca il classico dilemma della sicurezza: ogni misura difensiva adottata da una parte viene percepita dall’altra come offensiva.

Questo elemento dovrebbe già essere sufficiente ad aprire un serio dibattito pubblico. La seconda industria manifatturiera del mondo, dopo quella cinese, sta orientando parte del proprio sistema produttivo verso la difesa, senza che sia chiaro quale domanda futura sosterrà economicamente questa scelta.

A prescindere da un rischio immediato di coinvolgimento della Bielorussia, che farebbe diventare il conflitto occidentale, si è innescato un rischio sistemico permanente soprattutto tra Germania e Russia.

In questo senso anche il dibattito strategico russo si è irrigidito. Da Trenin a Karaganov, la Germania viene ormai descritta come la principale minaccia potenziale alla sicurezza russa. Persino il ministro degli Esteri Lavrov utilizza toni molto più duri nei confronti dell’Europa rispetto al passato. A questo si aggiunge il reintegro nei ruoli del generale Armagéddon Surovikin, sostenitore della teoria del colpo duro nucleare.

Particolarmente significativa è stata una recente affermazione di Karaganov durante un confronto pubblico: «Noi stiamo installando le testate atomiche». Una frase che merita attenzione. Secondo gli ultimi dati disponibili, la Russia dispone di circa 1.700 testate nucleari operative su un arsenale complessivo di circa 4.800. Le restanti non sono inattive, ma non risultano montate sui rispettivi vettori. Se l’affermazione di Karaganovriflettesse una decisione operativa, potrebbe indicare un incremento delle testate immediatamente impiegabili.

Non si tratta di alimentare un allarmismo ingiustificato, ma nemmeno di ignorare segnali che fino a pochi anni fa avrebbero suscitato enorme preoccupazione nelle cancellerie occidentali.

Vi è infine un ultimo elemento. Una parte della dottrina strategica russa ritiene che un impiego limitato di armi nucleari contro obiettivi europei non comporterebbe necessariamente una risposta strategica degli Stati Uniti. Il vero problema è che anche un solo impiego romperebbe il tabù nucleare, creando un precedente destinato ad avere conseguenze globali. In un sistema internazionale in cui il numero delle potenze nucleari è destinato a crescere, altri attori potrebbero ritenere legittimo ricorrere a un uso limitato dei propri arsenali.

Il rischio è entrare progressivamente in una logica di guerra senza accorgercene, mentre strutture economiche, industriali, politiche e militari vengono trasformate prima ancora che l’opinione pubblica ne comprenda pienamente le implicazioni.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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