Il centro di detenzione per migranti nelle Everglades, soprannominato “Alligator Alcatraz”, ha chiuso i battenti. Per il governatore della Florida Ron DeSantis, la struttura — inaugurata nel luglio 2025 come soluzione d’emergenza — “ha servito il suo scopo”. Per le organizzazioni per i diritti civili, invece, resta il simbolo di una stagione di abusi e condizioni disumane. La chiusura, annunciata come “temporanea” a inizio giugno per ragioni legate alla stagione degli uragani, è diventata definitiva dopo il trasferimento di tutti i detenuti in centri di Florida, California, Arizona, Louisiana e Texas.
Gli avvocati denunciano che molti migranti sono “scomparsi” per giorni senza che famiglie o legali sapessero dove fossero stati portati. Fin dalla sua apertura, il centro era stato criticato per le condizioni estreme: tende bianche circondate da recinzioni metalliche, aria condizionata intermittente, docce rare, medicine non consegnate, zanzare ovunque. I detenuti hanno raccontato di cibo infestato da vermi, bagni che non scaricavano, pavimenti allagati di liquami. Un sistema che, secondo gli attivisti, non avrebbe mai dovuto essere autorizzato.
Il governatore ha rivendicato che 21.000 persone sono state rimpatriate attraverso il sito, definendo la missione “un successo per la sicurezza della Florida”. Ma la Florida Immigrant Coalition sostiene che gli unici vincitori siano state le aziende appaltatrici che hanno guadagnato milioni da un’emergenza “inesistente”. La chiusura non segna la fine del coinvolgimento della Florida nell’apparato federale: il “border czar” della Casa Bianca Tom Homan ha elogiato DeSantis, parlando di una “collaborazione che continua”. L’area dell’aeroporto nelle Everglades resterà operativa per future attività statali. Gruppi ambientalisti hanno citato in giudizio lo Stato, accusandolo di aver costruito il centro senza permessi né valutazioni d’impatto in un ecosistema tra i più fragili del Paese.





