Picchiare per un like: la nuova violenza giovanile che nasce per i social

Crescono le aggressioni tra i giovani. Non per denaro o disagio sociale, ma per visibilità, appartenenza e riconoscimento. TikTok indicato come il principale amplificatore di una nuova cultura della violenza
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La criminalità giovanile sta cambiando volto. Non si tratta più soltanto di furti, rapine o devianza legata all’emarginazione sociale. A preoccupare oggi sono soprattutto le forme di violenza gratuita, spesso prive di una finalità economica e sempre più intrecciate con il mondo digitale. È questa una delle principali evidenze che emerge dal nuovo rapporto Eurispes, “La criminalità giovanile. Fra rappresentazione e realtà”, realizzato con il contributo dei dati del Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale della Polizia Criminale e arricchito da una vasta ricerca sui social network e da interviste a magistrati, psicologi, educatori e studiosi.

L’analisi del decennio 2015-2025 mostra una realtà complessa. Dopo una fase di progressiva riduzione delle segnalazioni, il 2025 segna una nuova crescita dei giovani denunciati o arrestati. Ad aumentare in maniera significativa è soprattutto il coinvolgimento dei minori, passati da poco più di 25mila segnalazioni nel 2020 a oltre 37mila nel 2025.

Ma il dato più rilevante riguarda la natura dei reati. Crescono lesioni dolose, percosse, risse, atti persecutori, maltrattamenti e reati connessi all’uso di armi. Non si tratta soltanto di una crescita quantitativa, è la qualità della violenza a cambiare. Secondo il rapporto si registra una diffusione sempre più marcata di episodi aggressivi privi di un chiaro movente economico. La violenza diventa fine a se stessa, espressione di rabbia, ricerca di status, bisogno di appartenenza o desiderio di visibilità.

La nuova violenza non cerca denaro, cerca attenzione

Per comprendere il fenomeno occorre abbandonare categorie interpretative ormai insufficienti. Per decenni la criminalità giovanile è stata associata prevalentemente a fattori economici, alla marginalità sociale o all’influenza della criminalità organizzata. Oggi questi elementi continuano ad avere un peso, ma non bastano più a spiegare ciò che sta accadendo.

Una parte crescente degli episodi violenti non nasce per ottenere un profitto materiale, nasce per conquistare attenzione. L’aggressione filmata con lo smartphone, la rissa organizzata e diffusa online, il pestaggio trasformato in contenuto virale rappresentano manifestazioni di una nuova forma di violenza identitaria nella quale il riconoscimento sociale passa attraverso la visibilità digitale. In questo contesto il premio non è il denaro, ma il consenso del gruppo, l’aumento dei follower, la notorietà all’interno della propria comunità virtuale. La violenza diventa linguaggio, strumento di affermazione personale e forma di comunicazione.

Il ruolo dei social: dalla rappresentazione all’amplificazione

Uno degli aspetti più innovativi del rapporto riguarda l’analisi dei social media. La ricerca Eurispes, condotta tra il 2023 e il primo semestre del 2025 su TikTok, Instagram, Facebook, YouTube e X, descrive le piattaforme digitali come veri e propri amplificatori dei comportamenti devianti. Secondo gli studiosi i social network non si limitano a raccontare la violenza. Sempre più spesso la producono, la organizzano e la rendono desiderabile. Il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara sottolinea come i social contribuiscano a diffondere modelli devianti, a disumanizzare le vittime e a desensibilizzare gli autori degli atti violenti.

In altre parole, la ripetuta esposizione a contenuti aggressivi riduce progressivamente la percezione della gravità della violenza stessa e l’effetto più pericoloso è la normalizzazione. Quando aggressioni, minacce e umiliazioni diventano contenuti quotidiani, soprattutto per gli adolescenti più fragili, il rischio è che vengano percepiti come comportamenti ordinari e accettabili.

TikTok come epicentro del fenomeno

La ricerca individua con particolare chiarezza una piattaforma: TikTok. La quasi totalità dei contenuti riconducibili alla criminalità giovanile analizzati dagli studiosi è stata rinvenuta proprio su questa piattaforma. Secondo Eurispes TikTok risulta particolarmente permeabile alla diffusione di contenuti violenti non espliciti, che vengono amplificati dalla logica algoritmica. Più un contenuto genera reazioni emotive, maggiore è la probabilità che venga mostrato ad altri utenti.

Si crea così un meccanismo di rafforzamento continuo. Le gang giovanili utilizzano il social per costruire la propria identità, ostentare forza, documentare rivalità territoriali e reclutare nuovi simpatizzanti. Nel Nord Italia, ad esempio, il rapporto descrive la presenza di profili riconducibili al fenomeno dei cosiddetti “maranza“, capaci di raggiungere centinaia di migliaia di follower attraverso contenuti che esaltano il machismo, la difesa del territorio e la violenza come strumento di affermazione sociale.

Nel Mezzogiorno il fenomeno assume caratteristiche differenti, ma non meno preoccupanti, con contenuti che richiamano simbolicamente la criminalità organizzata e l’opposizione alle istituzioni.

Quando il confine tra schermo e strada scompare

La vera novità descritta dal rapporto è però un’altra. Per la prima volta emerge con chiarezza come il confine tra violenza digitale e violenza reale stia progressivamente scomparendo. Le faide online sfociano in aggressioni fisiche, le minacce diffuse sui social si trasformano in regolamenti di conti, le lotte clandestine vengono organizzate, filmate e trasmesse in streaming, le aggressioni di strada diventano materiale da condividere per accrescere la propria reputazione.

Il mondo virtuale non rappresenta più una dimensione separata dalla realtà, ma parte integrante dei processi che portano alla violenza. E lo smartphone è lo strumento che documenta ciò che accade, il luogo in cui sempre più spesso il conflitto nasce, si alimenta e trova legittimazione.

Un problema che riguarda tutti i giovani, non solo le gang

Uno degli errori più frequenti consiste nel ridurre il fenomeno alle cosiddette baby gang, mentre il rapporto invita invece a guardare oltre. L’influenza culturale esercitata dai social riguarda anche ragazzi completamente estranei a gruppi criminali organizzati. Video di bullismo, challenge estreme, contenuti aggressivi e modelli fondati sulla sopraffazione raggiungono quotidianamente milioni di adolescenti. Il rischio, sottolineano i ricercatori, è che giovani privi degli strumenti critici necessari per interpretare questi messaggi finiscano per interiorizzare la violenza come norma sociale. La questione non riguarda, quindi, soltanto chi commette reati, ma tutto l’ambiente culturale nel quale cresce un’intera generazione.

Dietro la violenza c’è una fragilità crescente

Le interviste realizzate dall’Eurispes con esperti di diversa formazione convergono su un punto fondamentale: dietro molti comportamenti aggressivi si nascondono fragilità profonde. Solitudine, disagio emotivo, difficoltà relazionali, perdita di punti di riferimento, crisi dell’autorità educativa e conseguenze della pandemia rappresentano elementi ricorrenti nelle analisi di psicologi, magistrati e operatori sociali. Si tratta di un problema educativo, culturale e relazionale. Molti degli esperti coinvolti sottolineano come una parte crescente della violenza giovanile riguardi ragazzi provenienti da famiglie apparentemente normali e non necessariamente da contesti di forte disagio economico. Un dato che obbliga a superare alcuni stereotipi consolidati.

La risposta non può essere soltanto repressiva

L’indagine condotta tra i cittadini mostra una forte richiesta di maggiore presenza delle Forze dell’Ordine e di pene più severe, non ritenendo, però che la repressione, da sola, sia sufficiente. Le soluzioni indicate dagli esperti passano attraverso il rafforzamento delle famiglie, il sostegno alla salute mentale degli adolescenti, il contrasto alla povertà educativa, la creazione di spazi di aggregazione positivi e la diffusione di una vera educazione digitale. Perché la violenza giovanile del XXI secolo, lo ripetiamo, non nasce soltanto nelle periferie o nei contesti di marginalità. Sempre più spesso è dentro un ecosistema digitale, che premia l’esibizione, la provocazione e il conflitto. Ed è proprio in questo spazio, sospeso tra realtà e virtualità, che si gioca una delle più importanti sfide educative e sociali del nostro tempo.

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Cristina Calzecchi Onesti

Cristina Calzecchi Onesti

Giornalista ed esperta di comunicazione aziendale. Dopo esperienze in tutta la comunicazione, dagli uffici stampa alle Relazioni esterne, ai Rapporti istituzionali, per quasi dieci è stata assistente parlamentare, portavoce e spin doctor alla Camera e al Senato. Da sempre si occupa di politica, sociale, diritti civili e ambiente.

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