La Cina ha arrestato due cittadini giapponesi con l’accusa di aver tentato di esportare illegalmente prodotti legati alle terre rare, materiali strategici per l’industria tecnologica globale.
La notizia, confermata da Tokyo, rischia di riaccendere le tensioni tra i due Paesi in un settore già segnato da rivalità economiche e controlli sempre più rigidi. Secondo il governo giapponese, il primo arresto è avvenuto il 18 maggio, il secondo una settimana dopo.
Uno dei due detenuti è un dipendente di una filiale cinese di un’azienda giapponese di macchinari elettrici, fermato nella città portuale di Dalian, nel nord-est del Paese. Entrambi sono accusati di aver violato le leggi cinesi sull’import-export di beni considerati sensibili.
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha confermato i fermi, sottolineando che Pechino ha agito “in conformità con la legge” e ha notificato il Giappone “dei dettagli rilevanti del caso”. Tokyo mantiene un profilo prudente.
Il capo di gabinetto Minoru Kihara ha dichiarato che il governo “si metterà in contatto con le persone coinvolte e risponderà in modo appropriato dal punto di vista della protezione dei cittadini all’estero”. Secondo l’agenzia Kyodo, le autorità doganali cinesi considerano il caso serio, pur non sospettando attività di spionaggio. Le terre rare — fondamentali per batterie, magneti, semiconduttori e armamenti — sono un settore in cui Pechino esercita un controllo quasi monopolistico. Ogni frizione in questo ambito ha inevitabili ripercussioni geopolitiche.
L’arresto dei due giapponesi arriva in un momento in cui la Cina sta rafforzando i controlli sulle esportazioni di materiali strategici, mentre Tokyo e i suoi alleati cercano di diversificare le catene di approvvigionamento. Per ora, la vicenda resta avvolta nel riserbo.
Ma a Tokyo cresce il timore che Pechino stia usando la leva giudiziaria come strumento di pressione politica in un settore cruciale per la sicurezza economica globale.


