Il primo ministro etiope Abiy Ahmed esce come grande vincitore dalle elezioni generali, con il suo Prosperity Party che ha ottenuto 438 dei 501 seggi in palio, consolidando un dominio parlamentare che gli garantirà un nuovo mandato a partire da ottobre. Per i suoi sostenitori, il risultato conferma la fiducia nelle riforme economiche avviate negli ultimi anni. Ma per molti osservatori, la vittoria rischia di accentuare le fratture interne di un Paese segnato da conflitti, rivalità etniche e tensioni regionali. Abiy, salito al potere nel 2018 sull’onda delle proteste anti‑governative, era stato inizialmente celebrato come un riformatore capace di ricucire le divisioni del Paese.
Nel 2019 aveva ricevuto il Premio Nobel per la Pace per aver posto fine alle ostilità con l’Eritrea. Ma la sua immagine si è incrinata rapidamente: la guerra nel Tigray, durata due anni e conclusa nel 2022, ha lasciato dietro di sé circa 600.000 morti, accuse di atrocità e una regione ancora esclusa dal processo politico. Le 38 circoscrizioni del Tigray non hanno partecipato al voto, alimentando il timore di una nuova escalation. Il giorno delle elezioni, 143 seggi elettorali non hanno potuto aprire nelle regioni di Amhara e Oromia per motivi di sicurezza.
Le milizie Fano e l’Oromo Liberation Army, entrambe in lotta con il governo e favorevoli a una maggiore autonomia, hanno respinto il voto definendolo illegittimo. In Tigray, intanto, la sfiducia reciproca tra Addis Abeba e il TPLF resta altissima: il partito ha ripristinato la propria amministrazione pre‑bellica, mentre circolano accuse di reclutamento forzato di giovani, negate dalle autorità locali ma confermate da testimonianze raccolte dalla BBC. L’Unione Europea ha chiesto una de‑escalation immediata, mentre gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni sui visti a membri “intransigenti” del TPLF accusati di ostacolare la pace.





