La tensione sulla costa adriatica albanese è esplosa di nuovo sabato, quando circa 200 manifestanti hanno abbattuto recinzioni metalliche e filo spinato attorno al cantiere di un complesso residenziale di lusso nella zona di Rrjoll, nel nord‑ovest del Paese. L’episodio, accompagnato da scontri con la polizia, è l’ultimo segnale della crescente opposizione popolare ai progetti turistici in aree considerate ambientalmente sensibili.
Da settimane gli albanesi protestano contro un altro mega‑resort vicino a Valona, finanziato da una società legata a Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump. L’area è famosa per i fenicotteri e per essere un sito di nidificazione delle tartarughe marine, e gli attivisti denunciano un’aggressione sistematica al patrimonio naturale del Paese.
A Rrjoll, invece, la protesta ha assunto un carattere più diretto: gli abitanti del villaggio sostengono che il resort a cinque stelle in costruzione sorga su terreni confiscati illegalmente. Sventolando bandiere albanesi e gridando “Rivoluzione”, i manifestanti hanno abbattuto le barriere senza che la polizia intervenisse per fermarli. Un residente ha definito la situazione “una follia”, accusando gli investitori di ignorare completamente la comunità locale.
Il progetto ha ottenuto lo “status speciale di investitore” dal governo albanese, una designazione che accelera le procedure burocratiche e garantisce protezioni aggiuntive agli sviluppatori. Ma per molti cittadini questo status è diventato un simbolo di favoritismi politici e di un modello di sviluppo che privilegia gli interessi privati rispetto alle comunità e all’ambiente.
Le proteste di Rrjoll si inseriscono in un’ondata più ampia di mobilitazione contro la cementificazione della costa albanese, un tema che sta assumendo una dimensione nazionale. Per gli abitanti, la battaglia non riguarda solo un resort, ma il diritto a difendere il territorio da un’espansione turistica percepita come invasiva e opaca.





