Mentre l’attenzione internazionale rimane concentrata sulla guerra in Ucraina e sulle tensioni in Medio Oriente, nei Balcani continua a maturare un’instabilità che rischia di trasformarsi in una nuova crisi europea. Le frizioni tra Serbia e Kosovo restano irrisolte, alimentate da un nazionalismo che riaffiora periodicamente e da una memoria della guerra ancora viva. Gli scontri avvenuti nel nord del Kosovo negli ultimi anni hanno dimostrato quanto fragile sia la situazione, ricordando all’Europa che il conflitto non appartiene ancora del tutto al passato.
Anche i rapporti tra Serbia e Bosnia Erzegovina rimangono complessi. La Bosnia continua a essere uno Stato profondamente frammentato, nato dagli accordi di Dayton del 1995, nel quale le principali comunità nazionali faticano a trovare una sintesi politica condivisa. Le periodiche tensioni tra Sarajevo e la RepublikaSrpska alimentano dubbi sulla tenuta dell’assetto istituzionale costruito dopo la guerra.
In Serbia cresce intanto il malcontento verso la leadership del presidente Vučić. Una parte della popolazione guarda all’Unione Europea come a un approdo necessario per modernizzare il Paese e frenare l’emigrazione dei giovani; un’altra continua a considerare la Russia un partner storico e culturale irrinunciabile. Entrambe condividono però una crescente insofferenza verso la corruzione e la concentrazione del potere.
In Kosovo il quadro resta delicato. Il governo di Pristina cerca di consolidare la propria sovranità, mentre la minoranza serba del nord mantiene forti legami con Belgrado. Il dialogo promosso dall’Unione Europea procede lentamente e ogni incidente locale rischia di assumere una dimensione internazionale.
In questo scenario, l’assenza degli Stati Uniti rispetto agli anni Novanta e la limitata capacità di iniziativa dell’Unione Europea hanno lasciato un vuoto strategico che altri attori hanno rapidamente colmato. La Russia continua a esercitare influenza in Serbia, mentre la Cina ha rafforzato la propria presenza attraverso investimenti infrastrutturali ed energetici da trasformare in capitale politico attraverso il debito. Ma è soprattutto la Turchia ad aver consolidato una posizione sempre più centrale.
L’Italia, che per decenni aveva rappresentato un interlocutore privilegiato dell’area adriatica, ha progressivamente ridotto il proprio peso politico nella regione. Ankara, al contrario, ha sviluppato una strategia coerente e di lungo periodo. Attraverso investimenti, accordi economici, programmi culturali e una presenza diplomatica costante, la Turchia ha costruito una rete di relazioni che oggi le garantisce una notevole capacità di influenzae mediazione tra le varie istanze.
L’attivismo turco è particolarmente evidente in Bosnia Erzegovina, Albania e Kosovo. In Bosnia Erdoğan gode di un credito politico che pochi leader europei possono vantare; in Albania la cooperazione economica e militare con Ankara si è rafforzata; in Kosovo la Turchia rimane uno dei principali sostenitori internazionali dell’indipendenza del Paese. Non si tratta soltanto di affinità religiose o culturali: Ankara ha saputo presentarsi come una potenza regionale capace di dialogare con interlocutori diversi. La stessa Serbia ha incrementato notevolmente i rapporti commerciali con Ankara e le relazioni tra i due Paesi sono buone, nonostante le divergenze sul Kosovo.
Questo protagonismo si inserisce in una prospettiva storica più ampia. Per quasi cinque secoli gran parte dei Balcani fece parte dell’Impero Ottomano. Oggi la Turchia non persegue una restaurazione imperiale, ma cerca di recuperare influenza in un’area che continua a considerare strategica, utilizzando soprattutto strumenti economici, culturali e diplomatici.
Nei Balcani la competizione geopolitica non si svolge nel vuoto. Ogni spazio lasciato libero da una potenza viene occupato da un’altra. Mentre Bruxelles continua a discutere procedure e criteri di adesione e senza una chiara prospettiva temporale, Ankara investe, media e consolida la propria presenza e un pragmatismo diplomatico che si dimostra vincente. La sua credibilità internazionale è stata inoltre rafforzata dal ruolo di mediazione svolto tra Russia e Ucraina, che ha confermato la capacità turca di dialogare con attori tra loro contrapposti e di conseguire risultati come l’ accordo sul grano. La crescente influenza turca non è quindi soltanto una dimostrazione delle ambizioni di Erdoğan, ma anche il sintomo di un’Europa che sembra aver progressivamente rinunciato all’iniziativa politica anche in una regione decisiva per la propria sicurezza.





