A Deoria, nel nord dell’India, il dolore di Sushila Devi è diventato il volto di una tragedia internazionale. Seduta sul pavimento della sua casa, ha appreso che suo marito, Shivanand Chaurasia, era tra i tre marinai indiani uccisi nell’attacco statunitense a una nave al largo dell’Oman.
L’India ha reagito con una seconda protesta ufficiale agli Stati Uniti, un gesto raro che riflette la crescente pressione interna. Il Ministero degli Esteri ha convocato l’incaricato d’affari americano per esprimere “profonda preoccupazione per l’uso della forza letale contro navi mercantili”, definendo l’azione “inaccettabile” e destabilizzante per il commercio marittimo internazionale.
Secondo il Comando Centrale statunitense, l’attacco alla petroliera Settebello, battente bandiera di Palau, è avvenuto dopo che l’equipaggio “si era ripetutamente rifiutato di obbedire agli ordini delle forze americane”. L’episodio si inserisce nel blocco contro le spedizioni di petrolio iraniano, in un Golfo sempre più pericoloso dopo la riduzione del traffico nello Stretto di Hormuz.
L’opposizione indiana accusa il governo di Narendra Modi di risposte troppo timide. “Se le vittime fossero state cinesi, Pechino avrebbe reagito in modo molto diverso”, ha osservato l’analista Brahma Chellaney, mentre il Congresso e l’Aam Aadmi Party chiedono che Modi sollevi la questione direttamente con Donald Trump al prossimo vertice del G7. Con oltre 200.000 marittimi impiegati nel mondo, l’India è il secondo fornitore globale di personale navale. Ma la paura cresce: “Questi attacchi scoraggeranno i lavoratori e aggraveranno la carenza di manodopera”, avverte Manoj Yadav, del Forward Seamen’s Union of India.





