L’Italia rallenta e resta inchiodata a una crescita dello 0,5% nel 2026. Una percentuale, questa, che racconta più di quanto sembri. Non si tratta soltanto dell’ennesima previsione prudente sull’economia nazionale, ma del riflesso di uno scenario internazionale che nelle ultime settimane ha cambiato radicalmente e nettamente volto.
L’Ocse vede infatti il nostro Paese avanzare appena dello 0,5% quest’anno e dello 0,6% nel 2027, all’interno di un contesto globale che torna a fare i conti con l’incognita energetica e con le conseguenze economiche della guerra in Medio Oriente. Per l’economia italiana il problema non nasce esclusivamente entro i confini nazionali.
La debolezza della domanda europea, il rallentamento del commercio internazionale e il nuovo aumento dei costi energetici riducono il margine di manovra di famiglie e imprese. La crescita continua, ma procede a passo ridotto. Un ritmo insufficiente per colmare il divario con le principali economie avanzate e per imprimere una svolta duratura a investimenti, produttività e redditi.
Dietro il rallentamento italiano c’è una storia che parte a migliaia di chilometri di distanza. Quando l’anno era iniziato, l’economia mondiale mostrava segnali incoraggianti. Gli investimenti legati all’intelligenza artificiale sostenevano la produzione industriale, le tensioni commerciali apparivano meno acute e molti osservatori ipotizzavano una revisione al rialzo delle stime di crescita. Poi il conflitto nel Golfo ha rimesso tutto in discussione.
Prospettive globali
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico descrive la guerra in Medio Oriente come il principale fattore che oggi condiziona le prospettive globali. Le difficoltà nei trasporti attraverso lo Stretto di Hormuz e i danni alle infrastrutture energetiche dell’area hanno ridotto la disponibilità di petrolio, gas naturale e numerose materie prime fondamentali per l’industria mondiale.
Il risultato è un aumento dei prezzi che si propaga lungo le filiere produttive e arriva fino ai consumatori. Lo shock energetico non riguarda soltanto il costo del carburante o delle bollette. Il Golfo Persico occupa una posizione centrale anche nell’esportazione di fertilizzanti, ammoniaca, zolfo, prodotti petrolchimici e componenti indispensabili per diversi processi industriali. Quando questi flussi rallentano, l’effetto si estende ben oltre il settore energetico e coinvolge agricoltura, manifattura, logistica e tecnologia.
L’Ocse ritiene che, nello scenario più favorevole, l’economia mondiale possa comunque evitare una frenata più brusca. In questo caso la crescita globale scenderebbe dal 3,4% del 2025 al 2,8% nel 2026, per poi tornare al 3,1% l’anno successivo. Ma il quadro resta appeso all’evoluzione del conflitto. Se le interruzioni delle forniture e dei trasporti dovessero proseguire anche nel 2027, il Pil mondiale potrebbe fermarsi al 2,1% quest’anno e all’1,8% il prossimo, con diverse economie vicine alla recessione.
Fiducia in calo
I primi segnali della frenata sono già visibili. La fiducia dei consumatori arretra in numerosi Paesi, le imprese segnalano rincari nei costi di produzione e le catene logistiche registrano nuove difficoltà. Anche il commercio internazionale, che nel 2025 aveva beneficiato della spinta proveniente dagli investimenti tecnologici e dalla domanda asiatica, mostra una perdita di slancio. In Europa gli effetti risultano particolarmente evidenti.
L’Eurozona cresce appena dello 0,8% nel 2026 e dell’1,2% nel 2027. Un ritmo che riflette la vulnerabilità del continente agli shock energetici e la persistente debolezza della domanda interna. L’Italia si inserisce in questo contesto con una dinamica ancora più contenuta, confermando una fragilità che emerge ogni volta che il quadro internazionale si deteriora.
Il rapporto dell’Ocse contiene anche un messaggio politico. Gli economisti dell’organizzazione invitano i governi a evitare misure generalizzate di sostegno ai prezzi dell’energia e a concentrare gli aiuti su famiglie e imprese più esposte. Allo stesso tempo indicano come priorità la diversificazione delle fonti energetiche, l’efficienza dei consumi e il rafforzamento della sicurezza degli approvvigionamenti.





