Per decenni la casa occidentale è stata pensata come il regno dell’individualismo. Un appartamento, una famiglia, una porta chiusa. Oggi però quel modello sembra entrare sempre più in crisi. Nelle grandi città europee gli affitti sono diventati proibitivi per molti giovani, mentre milioni di anziani vivono soli in abitazioni spesso troppo grandi, troppo costose e sempre più isolate. È in questo scenario che il cohousing, una forma di abitare condiviso a metà tra condominio, cooperativa e comunità, sta tornando al centro del dibattito sociale europeo.
In Europa, e in misura crescente anche in Italia, esistono molti progetti di coabitazione giovanile che riprendono, in forma aggiornata e meno ideologica, alcuni aspetti delle vecchie comuni, come la condivisione degli spazi, la gestione collettiva, il mutualismo, la sostenibilità e la vita comunitaria. Tuttavia oggi si parla più spesso di cohousing, coliving, cooperative abitative o intentional communities, piuttosto che di “comuni”. La differenza principale rispetto alle comuni degli anni Settanta è che i modelli contemporanei tendono a lasciare maggiore spazio alla privacy individuale e all’autonomia economica. Nella maggior parte dei casi ogni persona ha una stanza o un miniappartamento privato, mentre cucine, orti, laboratori o aree sociali vengono condivisi.
La crescita di questi modelli racconta di una trasformazione sociale profonda. Sempre più giovani fanno fatica ad accedere alla casa in modo tradizionale, soprattutto nelle grandi città europee. Parallelamente aumenta il desiderio di relazioni meno individualistiche. Per questo molti sociologi vedono nella nuova coabitazione un tentativo di ricostruire forme di comunità perdute, adattandole però alla società contemporanea, con meno ideologia collettivista e più equilibrio tra autonomia personale e vita condivisa.
In Europa: Berlino, Amsterdam, Barcellona come laboratori sociali
Le città europee con gli affitti più alti hanno visto nascere moltissimi progetti di coabitazione giovanile. Berlino, Amsterdam, Copenaghen, Lisbona e Barcellona sono diventate veri laboratori dell’abitare condiviso.
In Danimarca, dove nasce il cohousing moderno, comunità come Sættedammen esistono già dagli anni Settanta e continuano ancora oggi, mescolando famiglie, giovani e anziani in una forma di villaggio cooperativo urbano. Nei Paesi Bassi sono molto diffusi i progetti di cooperative abitative giovanili o student housing cooperatives, dove gli abitanti gestiscono collettivamente spese, manutenzione e vita comune. In Spagna, soprattutto a Barcellona, si stanno sviluppando cooperative di abitazione in uso collettivo (cooperativas de vivienda en cesión de uso), dove gli abitanti non comprano l’appartamento, ma partecipano a una cooperativa che garantisce il diritto d’uso della casa a prezzi calmierati.
Il ritorno delle “comuni”, ma in versione contemporanea
Le differenze principali tra i modelli del passato e quelli attuali stanno tutte nelle motivazioni, ieri ideologiche, oggi legate esclusivamente a ragioni pragmatiche, come il costo altissimo delle case, la precarietà lavorativa, il bisogno di relazioni sociali, il desiderio di stili di vita più sostenibili e la crescente solitudine urbana.
Ciononostante esistono anche esperienze più vicine all’idea originaria di comune, come gli ecovillaggi e le comunità intenzionali. Negli Stati Uniti progetti come Earthaven Ecovillage funzionano come veri villaggi cooperativi, basati su agricoltura condivisa, sostenibilità e gestione comunitaria.
E in Italia?
In Italia il fenomeno esiste, ma resta più piccolo e frammentato rispetto al Nord Europa. Tuttavia negli ultimi anni anche da noi si stanno moltiplicando esperienze di cohousing giovanile, coliving urbano, cooperative abitative, comunità ecologiche e cohousing sociale. Secondo alcune stime in Italia il cohousing coinvolge ancora una percentuale minuscola della popolazione, ma il numero di progetti è in crescita soprattutto a Milano, Roma, Torino e Bologna.
A Milano stanno nascendo diversi progetti di cohousing intergenerazionale e sociale, soprattutto nei quartieri di Affori e Niguarda, dove giovani e anziani condividono spazi e servizi in modelli ispirati al welfare di comunità. A Roma esistono esperienze di housing condiviso rivolte a giovani in uscita da situazioni fragili o precarie, come quelle sviluppate da Binario 95, che uniscono autonomia abitativa e vita comunitaria. Esistono poi esperienze più “neo-rurali”, spesso in borghi o aree montane spopolate. Un esempio è Villa Agor Eco Residence, in Piemonte, che unisce cohousing intergenerazionale, sostenibilità ambientale e recupero di edifici abbandonati.
Cohousing o coliving?
Oggi si distinguono generalmente due modelli. Il coliving è più vicino a un servizio abitativo flessibile per studenti, freelance e giovani lavoratori, con camere private, spazi comuni, eventi e servizi gestiti da operatori privati. È il modello delle grandi startup immobiliari urbane. Il cohousing, invece, ha una dimensione più comunitaria e partecipativa. Gli abitanti condividono non solo spazi, ma spesso anche decisioni, attività e valori comuni. In pratica, il coliving è una soluzione abitativa, mentre il cohousing è più vicino a una scelta di vita.
La terza via degli anziani
Ma la nuova cultura della condivisione non riguarda più soltanto studenti, giovani lavoratori o comunità alternative. Negli ultimi anni il cohousing è diventato anche una delle risposte più innovative a un’altra grande trasformazione sociale europea, legata all’invecchiamento della popolazione e alla crescita della solitudine tra gli anziani. Così un modello nato per reinventare la convivenza urbana tra giovani sta oggi entrando anche nel mondo della terza età. Non si tratta di case di riposo o semplici condomini né tantomeno di comuni hippie, ma di modelli abitativi che provano a conciliare autonomia personale, relazioni sociali e mutuo aiuto.
L’idea è semplice e si basa sul vivere in appartamenti privati mantenendo però spazi comuni, attività condivise e una comunità di vicinato capace di contrastare la solitudine. Il successo del cohousing senior racconta qualcosa di più profondo del semplice bisogno abitativo, quanto piuttosto il tentativo di ridefinire la vecchiaia in una società dove si vive più a lungo, ma spesso più soli.
Per decenni l’invecchiamento è stato associato o al restare soli nella propria casa oppure al trasferirsi in una struttura assistenziale. Il cohousing, invece, prova a introdurre una terza strada, fatta di autonomia, ma anche di relazioni. Naturalmente non è una soluzione perfetta, perché vivere in comunità richiede capacità di mediazione, partecipazione e disponibilità al confronto. Inoltre, molti progetti restano economicamente accessibili soprattutto a ceti medio-alti. Ma l’idea che gli anziani possano costruire comunità attive invece di essere semplicemente “assistiti” rappresenta un cambiamento culturale importante.
New Ground Cohousing: il modello nato a Londra
Uno dei progetti simbolo di questa rivoluzione silenziosa si trova a Londra ed è diventato un riferimento internazionale. Nel quartiere londinese di High Barnet sorge New Ground Cohousing, il primo cohousing senior del Regno Unito, creato da Older Women’s CoHousing (OWCH), una comunità di 26 donne over 50 che ha deciso di progettare insieme il proprio modo di invecchiare.
Il complesso comprende 25 appartamenti indipendenti, spazi comuni e giardini condivisi. Gli appartamenti sono di varie dimensioni, dai monolocali alle abitazioni con una, due o tre camere, mentre gli spazi comuni includono una grande sala condivisa, una lavanderia, camere per gli ospiti e aree verdi pensate per favorire l’incontro quotidiano. Parte degli alloggi è di proprietà privata, mentre altri sono destinati all’edilizia sociale.
Il progetto nasce alla fine degli anni Novanta grazie alla sociologa Maria Brenton, ispirata dalle esperienze danesi e olandesi. Dopo quasi vent’anni di lavoro e negoziazioni urbanistiche, il complesso è stato inaugurato nel 2016. La caratteristica più interessante di New Ground non è tanto l’architettura quanto il modello sociale. Le residenti vivono in abitazioni private, ma condividono attività, pasti, decisioni e forme di aiuto reciproco. Non esiste una struttura assistenziale tradizionale e il sostegno nasce dalla comunità stessa. Una delle residenti ha raccontato al Guardian che vivere lì significa “invecchiare senza paura della solitudine”.
La Danimarca e il Nord Europa, dove il cohousing è già realtà
Il cohousing moderno nasce in Danimarca negli anni Sessanta e ancora oggi il Paese è considerato il laboratorio più avanzato in Europa. Qui il modello è entrato stabilmente nelle politiche abitative e ogni anno vengono creati nuovi complessi dedicati soprattutto agli anziani. La diffusione del cohousing nei Paesi nordici non è casuale. In società dove le famiglie sono più piccole e i figli vivono spesso lontani, l’abitare condiviso rappresenta una risposta concreta alla solitudine e alla fragilità sociale. In molti casi gli anziani mantengono piena indipendenza economica e abitativa, ma possono contare su una rete quotidiana di relazioni.
Anche i Paesi Bassi sono diventati un punto di riferimento. Qui il cohousing viene spesso integrato con programmi intergenerazionali. Uno degli esempi più noti è Humanitas, dove studenti universitari vivono gratuitamente insieme ad anziani offrendo compagnia e partecipazione alla vita comunitaria. Diversi studi olandesi mostrano che queste comunità aumentano il supporto emotivo, riducono l’isolamento e alleggeriscono il carico assistenziale sulle famiglie.
Stati Uniti e Spagna: il cohousing come alternativa alle RSA
Negli Stati Uniti il cohousing senior si sta diffondendo soprattutto tra i baby boomers, che cercano alternative alle strutture assistenziali tradizionali. Comunità come ElderSpirit in Virginia o Silver Sage Village in Colorado puntano sull’idea di “aging together”, cioè invecchiare insieme, mantenendo relazioni sociali forti e autonomia personale. Secondo il Guardian sempre più americani vedono il cohousing come una soluzione “molto migliore” rispetto all’invecchiamento isolato o all’ingresso in una nursing home.
Anche la Spagna sta vivendo una crescita significativa del fenomeno. Il progetto Trabensol, vicino Madrid, è diventato uno dei simboli europei del cohousing cooperativo. Qui gli anziani non acquistano realmente gli appartamenti, ma partecipano a una cooperativa senza fini speculativi che garantisce il diritto d’uso dell’abitazione e la gestione condivisa degli spazi.
E in Italia?
In Italia il cohousing senior è ancora un fenomeno limitato, ma negli ultimi anni l’interesse sta crescendo rapidamente per via del fatto che il Paese sta invecchiando più velocemente di quasi tutta Europa, tant’è che gli over 65 in Italia superano oggi già i 14 milioni, circa un quarto della popolazione nazionale. Le proiezioni, poi, indicano che entro il 2050 gli anziani potrebbero addirittura superare un terzo della popolazione italiana.
Parallelamente cresce il numero di anziani soli. Diverse ricerche parlano di milioni di over 65 che vivono senza una rete quotidiana di supporto. È proprio su questo terreno che il cohousing potrebbe avere un impatto importante. Negli ultimi anni sono nate diverse esperienze pilota. In Emilia-Romagna, per esempio, progetti come Ca’ Nostra a Modena e Solidaria a Ferrara hanno sperimentato modelli di casa condivisa per anziani autosufficienti. A Milano, Torino, Bologna e Roma si stanno moltiplicando iniziative di senior housing e cohousing intergenerazionale.
Molte esperienze italiane, però, restano ancora frammentate e spesso dipendono dal terzo settore o da cooperative sociali. Rispetto al Nord Europa manca ancora una strategia nazionale strutturata, come dimostra una ricerca dell’Università San Raffaele e dell’Università di Milano, che denuncia quanto l’Italia sia in ritardo rispetto alle politiche da mettere in campo per sostenere iniziative analoghe.
Esiste anche un problema culturale. In Italia la casa è tradizionalmente vista come spazio privato e familiare, mentre il cohousing richiede una diversa idea di comunità e condivisione. Tuttavia qualcosa sta cambiando, dovuto alla crescita delle famiglie monopersonali, al costo crescente dell’assistenza e all’aumento della solitudine, tutti fattori che stanno rendendo questi modelli sempre più interessanti anche per chi fino a pochi anni fa li considerava marginali.





