Un attacco di droni ha provocato domenica un incendio ai margini della centrale nucleare di Barakah, l’unico impianto atomico operativo nel mondo arabo. Le autorità degli Emirati Arabi Uniti hanno definito l’episodio un “attacco terroristico non provocato”, alimentando timori di una nuova escalation in un momento in cui Stati Uniti e Iran mostrano segnali di crescente disponibilità allo scontro. Non si registrano feriti né rilasci radioattivi. Secondo il Ministero della Difesa emiratino, cinque droni hanno attraversato il confine occidentale con l’Arabia Saudita: tre sono riusciti a penetrare nello spazio aereo, mentre due sono stati intercettati.
L’impatto ha causato un incendio in un generatore elettrico, poi domato. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha confermato che uno dei reattori è stato temporaneamente alimentato da generatori diesel di emergenza, ma che l’impianto è rimasto in sicurezza.
Il presidente USA Donald Trump ha scritto sui social che “per l’Iran il tempo stringe”, dopo una telefonata con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il cui attacco del 28 febbraio ha innescato l’attuale fase di guerra. Da Teheran, il consigliere militare della Guida Suprema, Mohsen Rezaei, ha dichiarato che le forze armate sono “pronte a intervenire mentre la diplomazia prosegue”, mentre in Libano gli scontri tra Israele e Hezbollah, sostenuto dall’Iran, continuano nonostante un cessate il fuoco nominale. Le milizie sciite filo‑iraniane in Iraq e gli Houthi yemeniti sono già state accusate in passato di operazioni simili contro gli Stati del Golfo.
La centrale di Barakah, costata 20 miliardi di dollari e costruita con il supporto della Corea del Sud, fornisce un quarto del fabbisogno energetico degli Emirati. È protetta da un accordo nucleare con gli USA, che vieta l’arricchimento dell’uranio sul territorio emiratino. Una situazione diversa da quella iraniana, dove il programma nucleare resta al centro di tensioni decennali con Washington e Tel Aviv.





