Crescono nelle capitali occidentali i timori che l’Iran possa estendere l’uso dei suoi gruppi per procura ben oltre il perimetro mediorientale. Le recenti analisi dell’intelligence statunitense ed europea indicano che Teheran starebbe valutando modalità più flessibili per proiettare influenza in aree dove la presenza diretta risulterebbe troppo rischiosa o facilmente tracciabile. La strategia, già consolidata in Libano, Siria, Iraq e Yemen, potrebbe trovare nuove sponde in Africa orientale, nel Caucaso e perfino in alcune regioni dell’America Latina, dove reti criminali e fragilità istituzionali offrono terreno fertile per operazioni clandestine.
Secondo fonti occidentali, l’Iran avrebbe intensificato i contatti con gruppi locali non necessariamente legati all’ideologia sciita, puntando piuttosto su convergenze tattiche: traffici, logistica, cyberattività e capacità di disturbare interessi occidentali senza esporsi direttamente. Il modello è quello già sperimentato con successo dagli Hezbollah libanesi, considerati da anni il braccio più sofisticato della proiezione iraniana. Ma l’obiettivo, oggi, sarebbe costruire una costellazione più ampia e meno riconoscibile, capace di operare in modo autonomo e di attivarsi rapidamente in caso di escalation regionale.
A preoccupare maggiormente è la possibilità che queste reti vengano impiegate per colpire infrastrutture critiche, interessi diplomatici o rotte commerciali lontane dal Golfo Persico, ampliando il raggio di pressione su Stati Uniti ed Europa. Alcuni governi africani hanno già segnalato movimenti sospetti di milizie e intermediari legati ai Pasdaran, mentre in America Latina si osserva un aumento di attività finanziarie opache riconducibili a soggetti vicini a Teheran. Gli analisti avvertono che la frammentazione geopolitica attuale offre all’Iran un’opportunità storica: sfruttare il caos per moltiplicare i propri strumenti di deterrenza.





