A Gaza, tra macerie ancora fumanti e quartieri trasformati in distese di cemento spezzato, migliaia di palestinesi hanno commemorato l’anniversario della Nakba, l’espulsione di massa del 1948 che segnò la nascita dello Stato di Israele e l’esodo di oltre 700.000 persone dalle loro case.
La ricorrenza, già carica di significato storico, assume quest’anno un peso particolare per una popolazione che vive una nuova stagione di sfollamenti, perdite e precarietà.
Le cerimonie si sono svolte in campi profughi, scuole dell’UNRWA e piazze improvvisate, dove anziani sopravvissuti hanno raccontato ai più giovani le storie delle loro città d’origine — Jaffa, Haifa, Ashkelon — oggi irraggiungibili. Molti hanno esposto chiavi arrugginite, simbolo delle case abbandonate nel 1948, mentre gruppi di studenti hanno organizzato marce silenziose con cartelli che recitavano “La Nakba continua”.
Funzionari locali hanno definito la commemorazione “un atto di resistenza culturale”, sottolineando che la memoria dell’esodo rimane un elemento centrale dell’identità palestinese.
Organizzazioni per i diritti umani hanno ricordato che la maggior parte degli abitanti di Gaza discende da famiglie sfollate nel 1948 e che le attuali condizioni — blocco, distruzione diffusa, mancanza di servizi essenziali — rendono la ricorrenza ancora più dolorosa. Israele, da parte sua, respinge da sempre la definizione di “espulsione di massa”, sostenendo che molti palestinesi lasciarono le proprie case durante la guerra del 1948 in seguito agli scontri o su invito dei leader arabi. Gli storici, tuttavia, continuano a dibattere sulle responsabilità e sulle dinamiche dell’esodo, un tema che rimane al centro del conflitto narrativo tra le due parti.





