Decine di migliaia di argentini sono scesi in piazza nelle principali città del Paese per protestare contro i tagli al sistema universitario pubblico decisi dal presidente Javier Milei, trasformando una mobilitazione studentesca in una delle più vaste manifestazioni del suo mandato.
A Buenos Aires, una folla imponente ha marciato verso la Casa Rosada denunciando il progressivo smantellamento di un modello educativo gratuito dal 1949, considerato un pilastro identitario e un motore di mobilità sociale.
Il governo ha bloccato l’attuazione della legge approvata dal Congresso per adeguare i finanziamenti all’inflazione, impugnandola in tribunale e sostenendo che non esistono coperture in un contesto di austerità estrema. Ma per rettori, docenti e studenti la situazione è ormai insostenibile: stipendi erosi del 33% in pochi mesi, laboratori senza fondi e una fuga crescente di ricercatori verso il settore privato. Solo all’Università di Buenos Aires, riferisce il rettore Ricardo Gelpi, oltre 580 professori hanno già lasciato il sistema pubblico.
Milei, che definisce le università “roccaforti dell’indottrinamento woke”, difende i tagli come parte del suo progetto di riduzione radicale dello Stato. Ma la protesta ha riunito cittadini di ogni età e orientamento politico, segnale di un malcontento che va oltre il mondo accademico.
Il rallentamento economico, la caduta dei salari reali e l’aumento della disoccupazione hanno già eroso la popolarità del presidente, aggravata da recenti scandali che coinvolgono membri del suo governo, tra cui il capo di gabinetto Manuel Adorni.
Il caso ora è destinato ad arrivare alla Corte Suprema, mentre gli studenti chiedono ai giudici di “ascoltare il grido delle piazze”. Per molti, la posta in gioco supera la questione del bilancio: riguarda l’idea stessa di Paese e il futuro di un sistema che ha formato cinque premi Nobel e rappresenta, ancora oggi, uno dei simboli più forti dell’identità argentina.





