Una raffica di colpi ha squarciato la quiete serale del Senato filippino, trasformando l’edificio in un labirinto di tensione e sospetti mentre le autorità tentavano di arrestare il senatore Ronald dela Rosa, ricercato dalla Corte penale internazionale per omicidio come crimine contro l’umanità. Nessun ferito, ma un segnale inequivocabile: la crisi politica di Manila è entrata in una fase incontrollabile.
Dela Rosa, ex capo della polizia e architetto della brutale guerra alla droga di Rodrigo Duterte, si è barricato nell’aula plenaria, protetto da senatori alleati che da giorni denunciano un presunto abuso di potere da parte del governo Marcos.
Mentre giornalisti e staff venivano evacuati, il presidente del Senato Alan Cayetano parlava di un’istituzione “sotto attacco”, incapace però di chiarire l’origine degli spari.
Il ministro degli Interni Juanito Victor Remulla è accorso per garantire la sicurezza dei parlamentari, assicurando che non era lì per eseguire l’arresto. Intanto, la folla di sostenitori convocata da dela Rosa si radunava fuori dall’edificio, alimentando un clima da assedio. Il senatore, 64 anni, respinge le accuse della CPI e promette battaglia, sostenendo di essere vittima di una manovra politica e dichiarandosi pronto a rispondere solo davanti ai tribunali filippini.
L’arresto di Duterte all’Aia lo scorso anno pesa come un precedente ingombrante. La vicepresidente Sara Duterte, ora sotto impeachment, accusa Marcos di aver “consegnato” suo padre a un tribunale straniero e denuncia un attacco politico contro il suo campo.
Nel Senato spaccato, tredici senatori hanno assunto il controllo dell’agenda a sostegno di dela Rosa, mentre altri cinque chiedono che si consegni alle autorità. La sparatoria non ha fatto vittime, ma ha mostrato quanto profonde siano le fratture nella democrazia filippina: un Paese dove la lotta per il potere si consuma ormai dentro le istituzioni stesse, sotto gli occhi di un’opinione pubblica sempre più polarizzata.





