Mentre Bruxelles intensifica gli appelli a ridurre la dipendenza energetica da Mosca, i Paesi Bassi continuano a importare gas naturale liquefatto russo, trasformandosi in uno dei principali hub europei per il GNL proveniente da Yamal.
Una scelta che sta alimentando tensioni politiche nell’Unione e mettendo in luce le contraddizioni della transizione energetica europea. Secondo le ultime analisi di mercato, i terminali olandesi — in particolare quello di Rotterdam — restano tra i più attivi nel ricevere e ridistribuire carichi russi verso altri Paesi membri.
Formalmente, l’UE non ha imposto sanzioni sul GNL, ma la Commissione ha più volte invitato gli Stati a ridurre volontariamente gli acquisti, sostenendo che ogni flusso finanziario verso Mosca indebolisce la strategia europea di pressione economica.
Il governo olandese difende la propria posizione come una necessità tecnica: i contratti a lungo termine, la domanda interna e il ruolo logistico del Paese renderebbero complesso un taglio immediato. Tuttavia, le critiche crescono.
Alcuni eurodeputati accusano l’Aia di rallentare l’indipendenza energetica dell’Unione, mentre le ONG denunciano un paradosso etico: l’Europa investe miliardi per sostenere l’Ucraina, ma continua a finanziare indirettamente l’industria energetica russa. Dietro le tensioni si nasconde anche la competizione tra Stati membri.
Paesi come Spagna e Francia hanno già ridotto significativamente le importazioni di GNL russo, mentre altri — tra cui Belgio e Paesi Bassi — mantengono livelli elevati, sfruttando la loro capacità di rigassificazione e la domanda dei mercati vicini.
La Commissione sta valutando nuove misure per limitare l’accesso del GNL russo alle infrastrutture europee, ma qualsiasi decisione richiederà l’unanimità, un traguardo difficile in un’Unione divisa tra pragmatismo energetico e principi geopolitici.





