La Camera dei rappresentanti delle Filippine ha approvato per la seconda volta l’impeachment della vicepresidente Sara Duterte, aprendo la strada a un processo al Senato che potrebbe estrometterla definitivamente dalla vita politica. Con 257 voti favorevoli su 290 presenti, la figlia dell’ex presidente Rodrigo Duterte vede ora messa in discussione la sua candidatura alle elezioni del 2028, dove i sondaggi la davano nettamente in testa.
Il procedimento nasce da accuse di uso improprio di fondi pubblici e da minacce rivolte al presidente Ferdinand Marcos Jr., alla first lady e all’ex speaker Martin Romualdez. Già nel 2025 Duterte era stata messa sotto accusa per gli stessi motivi, ma la Corte Suprema aveva annullato la procedura per un vizio tecnico.
La riapertura del caso, sostenuta dagli alleati di Marcos, riflette la rottura definitiva dell’alleanza che nel 2022 aveva portato i due al potere con una vittoria schiacciante. Duterte ha definito l’impeachment “un pezzo di carta” e si è rifiutata di comparire davanti alla commissione parlamentare, denunciando motivazioni politiche. Il suo legale ha ricordato che ora spetta agli accusatori dimostrare le loro affermazioni, mentre il Senato — eletto su base nazionale e tradizionalmente più indipendente — rappresenta un terreno molto meno prevedibile.
La posta in gioco è alta: una condanna la renderebbe ineleggibile proprio mentre i sondaggi la indicano come favorita per succedere a Marcos, che non può correre per un secondo mandato. Le dinamiche interne al Senato, segnate da ambizioni personali e alleanze fluide, rendono l’esito incerto. Nelle elezioni di metà mandato del 2025, i candidati vicini a Duterte avevano ottenuto risultati migliori rispetto a quelli della coalizione presidenziale. Il caso si inserisce in un clima politico sempre più teso.





