Un’inchiesta indipendente condotta da organizzazioni locali e internazionali ha rivelato che più di 500 persone sono state uccise in Tanzania durante le violenze legate alle elezioni dello scorso anno. Il rapporto, pubblicato dopo mesi di indagini sul campo, descrive un quadro drammatico di scontri, repressioni e sparizioni forzate avvenuti in diverse regioni del Paese, in particolare nelle aree rurali e nei distretti dove l’opposizione aveva registrato un forte consenso. Secondo gli autori, le vittime includono manifestanti, attivisti e civili rimasti coinvolti negli scontri tra forze di sicurezza e gruppi di opposizione. Le elezioni, che avevano confermato il partito al potere, erano già state contestate per presunti brogli e intimidazioni.
L’inchiesta sostiene che le violenze non siano state episodi isolati, ma parte di un “modello sistematico di repressione” volto a soffocare il dissenso politico. Testimonianze raccolte da familiari e sopravvissuti parlano di arresti arbitrari, torture e uso eccessivo della forza da parte delle autorità. In alcune zone, interi villaggi sarebbero stati isolati per impedire la diffusione di informazioni. Il governo tanzaniano ha respinto le accuse, definendo il rapporto “politicamente motivato” e sostenendo che le elezioni si siano svolte in modo pacifico. Tuttavia, le organizzazioni per i diritti umani chiedono un’inchiesta internazionale e la creazione di una commissione indipendente per accertare le responsabilità.
L’Unione Africana e le Nazioni Unite hanno espresso “profonda preoccupazione” e invitato Dar es Salaam a garantire trasparenza e giustizia per le vittime. Per gli osservatori regionali, la vicenda segna uno dei momenti più bui della recente storia politica tanzaniana. Le ferite lasciate dalle violenze rischiano di compromettere la fiducia nelle istituzioni e di alimentare tensioni sociali durature.





