Le organizzazioni per i diritti umani lanciano un nuovo allarme sull’Iran dopo aver documentato almeno 1.639 esecuzioni nel 2025, un aumento del 68% rispetto all’anno precedente. I dati, raccolti da ONG attive nel monitoraggio delle violazioni e pubblicati in un rapporto diffuso a livello internazionale, delineano un quadro estremamente preoccupante: il numero di condanne capitali avrebbe raggiunto il livello più alto degli ultimi decenni, con un ritmo medio di oltre quattro esecuzioni al giorno.
Le ONG sottolineano che la maggior parte dei casi riguarda reati legati alla droga, ma cresce anche il numero di condanne per accuse politiche o considerate vaghe e arbitrarie. Secondo i ricercatori, l’aumento sarebbe legato a una strategia repressiva più ampia, volta a contenere il dissenso interno e a rafforzare il controllo sociale in un contesto segnato da tensioni economiche e proteste diffuse. Le esecuzioni avverrebbero spesso senza un processo equo, con imputati privati dell’accesso a un avvocato indipendente o costretti a confessioni sotto pressione.
Le ONG denunciano inoltre che le minoranze etniche, in particolare curdi e baluci, risultano colpite in modo sproporzionato, alimentando accuse di discriminazione sistemica. La comunità internazionale ha reagito con crescente preoccupazione. Diversi governi europei e l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani hanno chiesto a Teheran una moratoria immediata, definendo il numero di esecuzioni “incompatibile con gli standard minimi di giustizia”. Le autorità iraniane respingono le critiche, sostenendo che l’uso della pena capitale rientra nella legislazione nazionale e rappresenta uno strumento necessario per contrastare criminalità e traffici illegali. Il rapporto delle ONG riapre il dibattito globale sulla pena di morte e sulla capacità della comunità internazionale di incidere sulle politiche interne iraniane.





