L’Europa ha registrato un numero record di dighe smantellate nell’ultimo anno, segnando un’accelerazione senza precedenti nelle politiche di ripristino dei fiumi e di tutela della fauna selvatica. Secondo i dati diffusi dalle principali organizzazioni ambientali, oltre un migliaio di barriere obsolete — da piccoli sbarramenti agricoli a strutture industriali dismesse — sono state rimosse per favorire il ritorno dei pesci migratori e la rinaturalizzazione degli ecosistemi fluviali.
Il fenomeno, particolarmente evidente in Francia, Spagna e Paesi Bassi, risponde alla crescente consapevolezza che molte dighe, costruite decenni fa e ormai inutilizzate, rappresentano un ostacolo critico per specie come salmoni, anguille e trote di mare. Gli esperti sottolineano che la frammentazione dei corsi d’acqua è una delle principali cause del declino della biodiversità europea, con intere popolazioni ittiche ridotte a una frazione dei livelli storici.
La rimozione delle barriere ha già prodotto risultati tangibili: in diversi tratti fluviali sono stati osservati aumenti significativi delle risalite dei pesci e un miglioramento della qualità dell’acqua, grazie al ripristino del naturale flusso dei sedimenti.
Le comunità locali, inizialmente scettiche, stanno iniziando a riconoscere i benefici economici e ambientali di fiumi più sani, che favoriscono turismo, pesca sostenibile e una maggiore resilienza agli eventi climatici estremi. Non mancano però le resistenze. Alcuni settori industriali e agricoli temono ripercussioni sulle attività produttive, mentre gruppi politici conservatori accusano i governi di “ambientalismo ideologico”.
Le autorità europee ribattono che la maggior parte delle dighe rimosse era già in stato di abbandono e rappresentava un rischio per la sicurezza idraulica. Bruxelles sta valutando nuovi incentivi per accelerare la riconnessione dei fiumi, con l’obiettivo di ripristinare almeno 25.000 chilometri di corsi d’acqua liberi entro il 2030.





