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Leone XIV: “Chi usa Dio per il potere tradisce la pace”

Leone XIV dall’Angola: “Tacciano le armi in Ucraina e in Medio Oriente”

Davanti a centomila fedeli nella spianata di Kilamba il Papa richiama il dramma dei civili colpiti dalla guerra e invita a riaprire il dialogo. Un passaggio anche sul Libano: “La tregua resta fragile, ma può diventare il primo passo verso una pace stabile”
lunedì, 20 Aprile 2026
3 minuti di lettura

Centomila persone, canti, bandiere, una distesa di fedeli nella spianata di Kilamba. Ma nel cuore della giornata angolana di Leone XIV ieri non c’è stata soltanto la festa. Dal viaggio africano il Papa ha scelto (per l’ennesima volta) di riportare al centro le guerre che attraversano il mondo, dall’Ucraina al Medio Oriente, e ha affidato al Regina Caeli un nuovo appello perché le armi si fermino. Prevost ha parlato mentre in Ucraina i bombardamenti russi sono tornati a colpire le città e mentre in Medio Oriente la tregua in Libano appare fragile più che mai. Davanti alla folla raccolta alla periferia di Luanda, il Pontefice ha legato i due conflitti in un unico filo: quello del dolore dei civili e della necessità di riaprire la strada del dialogo: “Mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina, che continuano a colpire anche i civili”, le parole al termine della messa.

Vicinanza all’Ucraina

Le parole sono arrivate poche ore dopo un nuovo raid russo su Chernihiv, nel nord dell’Ucraina. Un attacco con droni ha ucciso un ragazzo di 16 anni e ferito quattro persone. Negli ultimi giorni i bombardamenti hanno investito diverse aree del Paese, mentre Kiev ha denunciato un aumento dell’intensità degli attacchi. Il Santo Padre non è entrato nel merito militare o politico del conflitto, ma ha insistito sul prezzo pagato dalla popolazione: “Esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono e assicuro la mia preghiera per tutto il popolo ucraino”.

Poi è arrivata la frase che ha concentrato il senso del suo intervento: “Le armi tacciano e si persegua la via del dialogo”.

Occhio al Libano

Non è stata, ovviamente, la prima volta che il Vescovo di Roma è intervenuto sul conflitto, ma da Kilamba il suo richiamo ha assunto un peso diverso. L’Africa è diventata il luogo da cui rilanciare una richiesta di pace rivolta all’Europa e al Medio Oriente. Subito dopo l’Ucraina, infatti, il Santo Padre ha spostatolo sguardo sul Libano. Ricordiamo che nei giorni scorsi la tregua annunciata nel Paese ha aperto uno spiraglio, ma il clima resta incerto e nel sud del Libano gli scontri non si sono del tutto fermati e un soldato francese della missione Unifil è morto in un attacco.

Per Leone XIV, però, anche una tregua fragile può rappresentare un punto di partenza: “Tutto questo rappresenta un sollievo per il popolo libanese e per il Levante”.

Medio Oriente

Il Papa ha scelto di non fermarsi alla constatazione del cessate il fuoco e ha chiesto invece che il lavoro diplomatico continui e si allarghi all’intero Medio Oriente: “Incoraggio coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente”.

Nelle sue parole non c’è stato solo il Libano. Il riferimento ha compreso un’area che resta segnata dalle guerre, dalle tensioni tra Israele e i gruppi armati della regione, dalla crisi umanitaria e dalla minaccia di una nuova escalation.

Abbracciare chi soffre

Leone XIV ha legato il tema della pace anche al significato della Pasqua. Prima del Regina Caeli ha spiegato ai fedeli che il canto della gioia cristiana non può cancellare il dolore di chi soffre: “Non vogliamo soffocare il grido di chi soffre, ma abbracciarlo”. È una frase che è tornata anche nell’omelia pronunciata durante la messa. Commentando il Vangelo dei discepoli di Emmaus, il Papa ha parlato di uomini che camminano senza riuscire a uscire dal dolore. E in quella immagine vede riflessa la storia dell’Angola, “un Paese bellissimo e ferito”.

Ferite aperte

Il Pontefice ha ricordato la lunga guerra civile che ha attraversato l’Angola e le ferite che restano aperte: divisioni, povertà, risorse perdute, sfiducia. Ma ha detto anche che nessuna storia segnata dalla violenza è condannata a restare prigioniera del passato.

Per questo ha collegato l’esperienza angolana alle guerre di oggi. Come i discepoli di Emmaus, ha spiegato, anche i popoli travolti dai conflitti rischiano di fermarsi nel punto in cui tutto si è spezzato. La risposta, secondo il Papa, non passa dalla vendetta o dalla forza, ma dalla capacità di ricostruire legami: “Gesù cammina accanto a noi e ci aiuta a ripartire”.

L’appello

Il Santo Padre ha poi chiesto alla Chiesa angolana di diventare un luogo di riconciliazione, di vicinanza ai poveri, di lotta contro corruzione e violenza. Ha parlato ai vescovi, ai sacerdoti, ai missionari, ma anche ai laici e ai giovani. L’Angola, ha detto, ha bisogno di persone capaci di “spezzare la propria vita” per gli altri, come il pane dell’Eucaristia. Nell’ultima parte dell’omelia, Leone XIV è tornato sul tema della speranza, legata soprattutto ai giovani, “molti dei quali l’hanno perduta”. Il futuro, ha insistito, non può nascere dall’odio, né da nuove divisioni. Può esistere soltanto se si costruiscono giustizia, condivisione e pace: “Non abbiate paura di guardare al futuro con speranza”, la chiosa davanti alla folla di Kilamba.

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