L’AfD torna a scuotere il dibattito politico tedesco chiedendo apertamente il ritiro delle truppe statunitensi dal Paese, una posizione che rompe un tabù storico e riaccende tensioni interne ed esterne. La richiesta, rilanciata dai vertici del partito di estrema destra, arriva in un momento in cui la presenza americana in Europa è già oggetto di revisione da parte di Washington, con l’ipotesi di una riduzione fino al 30% dei contingenti attualmente dispiegati. Per l’AfD, la permanenza dei circa 37.000 militari USA in Germania rappresenta un’eredità ingombrante della Guerra Fredda e un rischio strategico che potrebbe trascinare Berlino in conflitti non voluti. La proposta ha immediatamente sollevato critiche trasversali.
I partiti tradizionali hanno accusato l’AfD di minare la sicurezza nazionale in un momento di forte instabilità internazionale, mentre gli analisti ricordano che basi come Ramstein, Grafenwöhr e Büchel sono pilastri della deterrenza NATO e nodi cruciali per le operazioni alleate. La stessa intelligence tedesca ha recentemente classificato l’AfD come formazione di estrema destra, alimentando ulteriori preoccupazioni sulla natura e le implicazioni politiche delle sue posizioni. Sul fronte internazionale, la richiesta rischia di complicare i rapporti con gli Stati Uniti, già tesi per le divergenze su spesa militare e politica industriale.
Washington considera la Germania un perno strategico per la sicurezza europea e mediorientale, e un eventuale ridimensionamento forzato della sua presenza potrebbe ridisegnare gli equilibri della NATO. Per l’AfD, però, la linea è chiara: ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e ridefinire la politica estera tedesca su basi più autonome. Una posizione che intercetta parte del malcontento popolare, ma che apre interrogativi profondi sul futuro della sicurezza europea.





