La proposta avanzata in Israele di reintrodurre la pena di morte per i terroristi, con un focus dichiarato sui militanti palestinesi, riporta al centro del dibattito internazionale uno dei temi più controversi del diritto penale contemporaneo. In un contesto globale che, nel lungo periodo, tende verso l’abolizione, la mossa israeliana si inserisce in una attualità di segno opposto, con un aumento delle esecuzioni in alcuni Paesi e un uso sempre più esteso della pena capitale per reati che vanno oltre l’omicidio.
Attualmente, Israele rientra tra i Paesi “abolizionisti parziali”. La pena di morte è prevista solo per crimini eccezionali, come i crimini di guerra e contro l’umanità. Nella sua storia, è stata applicata una sola volta, nel caso del gerarca nazista Adolf Eichmann nel 1962. La nuova proposta segnerebbe, dunque, una rottura significativa, trasformando uno strumento finora simbolico in un possibile mezzo operativo nella lotta al terrorismo.
Un mondo abolizionista, ma con segnali di inversione
A livello globale, oltre 110 Paesi hanno abolito completamente la pena capitale. Tra questi figura anche l’Italia, insieme alla quasi totalità dell’Europa e dell’America Latina. Tuttavia, circa 50 Stati la mantengono ancora nei propri ordinamenti e solo una minoranza la applica con regolarità.
Secondo le principali organizzazioni per i diritti umani la stragrande maggioranza delle esecuzioni è concentrata in pochi Paesi. In testa c’è la Cina, dove le cifre restano segreto di Stato, ma si stimano migliaia di esecuzioni ogni anno. Seguono l’Iran, con oltre mille esecuzioni annue secondo diverse stime indipendenti, e l’Arabia Saudita, che negli ultimi anni ha superato le 300 esecuzioni annuali.
Anche gli Stati Uniti hanno registrato una parziale inversione di tendenza, con circa 20–25 esecuzioni annue negli ultimi anni, concentrate in pochi stati come Texas, Alabama e Florida. In Africa e Asia, paesi come Somalia, Egitto e Singapore continuano a effettuare esecuzioni, seppur con intensità diverse.
Terrorismo, droga e dissenso: l’espansione dei reati capitali
Il diritto internazionale limita teoricamente la pena di morte ai “crimini più gravi”, generalmente identificati con l’omicidio intenzionale. Tuttavia, nella pratica, molti Stati hanno ampliato la lista dei reati punibili con la morte. Il terrorismo è uno dei principali ambiti di applicazione, soprattutto in paesi come Egitto, Iraq e Pakistan. Ed è proprio su questa base che Israele giustifica la sua proposta, suggerendo di rafforzare la deterrenza contro attacchi considerati esistenziali per lo Stato.
Negli ultimi anni uno degli sviluppi più controversi riguarda i reati legati alla droga. In paesi come Iran, Arabia Saudita, Singapore e Vietnam, decine o centinaia di persone, a secondo delle aree, vengono giustiziate ogni anno per traffico o possesso di stupefacenti, secondo organizzazioni come Amnesty International.
Ancora più delicato è l’uso della pena capitale per reati politici o legati alla sicurezza nazionale. In Iran e Myanmar, ad esempio, oppositori e manifestanti sono stati condannati a morte con accuse come “terrorismo” o “guerra contro Dio”, sempre secondo diverse ONG internazionali.
Il caso israeliano: deterrenza o escalation?
Il Governo israeliano sostiene che la misura possa avere un effetto deterrente contro il terrorismo, ma numerosi esperti di diritto internazionale e organizzazioni per i diritti umani mettono in dubbio questa efficacia, sottolineando l’assenza di prove empiriche solide che colleghino la pena di morte alla riduzione degli attacchi terroristici. Inoltre, è evidente il rischio politico. Una applicazione percepita come selettiva nei confronti dei palestinesi potrebbe alimentare accuse di discriminazione e contribuire a inasprire ulteriormente un conflitto già altamente polarizzato.
Una tendenza in bilico
In sintesi, mentre il numero di Paesi abolizionisti continua a crescere nel lungo periodo, le esecuzioni aumentano in alcuni Stati chiave e si estendono a nuovi ambiti. La scelta di Israele potrebbe rappresentare un precedente significativo, soprattutto per altri Paesi che affrontano minacce terroristiche interne. Più che un ritorno al passato, potrebbe segnare l’emergere di una nuova fase, in cui sicurezza e diritti fondamentali tornano a scontrarsi apertamente. E lo storico dibattito resta aperto intorno alla domanda fondamentale, se la pena di morte sia uno strumento di giustizia o un segnale di crisi dello Stato di diritto.





