La manifattura francese sta attraversando una delle fasi più complesse dell’ultimo decennio. Secondo le stime più recenti, le chiusure di fabbriche sono aumentate del 30% nell’ultimo anno, un dato che riflette la pressione crescente esercitata dalla concorrenza asiatica e dai dazi statunitensi su settori chiave dell’economia nazionale. Dalla siderurgia alla componentistica elettronica, passando per il tessile e la meccanica, molte imprese non riescono più a sostenere l’impatto combinato di costi elevati, margini ridotti e mercati sempre più aggressivi.
Gli analisti sottolineano che il rallentamento non è improvviso: da anni la Francia fatica a mantenere competitività in segmenti dove Cina, Corea del Sud e Vietnam hanno consolidato un vantaggio strutturale, grazie a costi di produzione più bassi e capacità di innovazione rapida. Ma l’inasprimento dei dazi statunitensi sulle importazioni europee ha accelerato la crisi, colpendo in particolare le aziende che esportavano negli Stati Uniti componenti industriali e prodotti intermedi. Per molte di loro, la perdita di accesso competitivo al mercato americano ha significato tagli, delocalizzazioni o chiusure definitive. Il governo francese ha annunciato nuovi strumenti di sostegno, tra cui crediti d’imposta per l’innovazione, fondi per la reindustrializzazione e incentivi alla transizione energetica. Tuttavia, gli esperti avvertono che queste misure potrebbero non bastare senza una strategia più ampia che affronti il nodo della produttività e della modernizzazione tecnologica.
La sfida è duplice: proteggere l’occupazione nel breve periodo e riposizionare l’industria francese in catene del valore sempre più globalizzate e digitalizzate. Il rischio, secondo gli economisti, è che il Paese entri in una spirale di deindustrializzazione difficile da invertire.





