La sentenza della Corte Suprema finlandese contro Päivi Räsänen, storica esponente dei Democratici Cristiani, ha scosso il panorama politico e culturale del Paese, riaprendo un confronto acceso sui limiti della libertà di parola e sulla tutela delle minoranze sessuali. La parlamentare, medico ed ex ministro dell’Interno, è stata riconosciuta colpevole di incitamento all’odio per aver definito l’omosessualità un “disturbo dello sviluppo” in un opuscolo pubblicato nel 2004 e successivamente riproposto sui social.
La Corte ha stabilito che tali affermazioni, presentate come “scientificamente provate”, superano la soglia del legittimo dibattito pubblico e costituiscono un insulto verso gli omosessuali come gruppo. La decisione, approvata con una maggioranza risicata di tre giudici contro due, ribalta i verdetti dei tribunali di primo e secondo grado, che avevano assolto Räsänen ritenendo che le sue dichiarazioni rientrassero nella libertà religiosa e di opinione.
La Corte Suprema ha invece sottolineato che, pur non contenendo incitamenti alla violenza, il testo diffonde un messaggio discriminatorio fondato su presunte basi scientifiche inesistenti, e per questo meritevole di sanzione. La parlamentare dovrà pagare una multa di 1.800 euro, così come il vescovo luterano Juhana Pohjola, responsabile della pubblicazione dell’opuscolo. La sentenza ha immediatamente polarizzato il dibattito politico.
I partiti conservatori denunciano un “colpo alla libertà di parola” e chiedono una revisione della normativa sull’incitamento all’odio per renderne più chiari i confini. Alcuni esponenti della destra hanno evocato il rischio di un doppio standard, chiedendo se analoghe misure verranno applicate anche contro predicatori religiosi che diffondono posizioni omofobe. Il governo, invece, mantiene una posizione più prudente, sottolineando il rispetto dell’indipendenza della magistratura.





