La Conferenza episcopale spagnola è intervenuta con toni durissimi dopo la morte di Noelia Castillo, la 36enne affetta da una malattia neurodegenerativa che ha scelto l’eutanasia come via d’uscita da sofferenze ormai divenute insostenibili. Per la Chiesa cattolica, il caso rappresenta “una sconfitta collettiva”, il segno che lo Stato e la società non sono riusciti a garantire un accompagnamento adeguato a chi vive condizioni estreme di fragilità. In una nota diffusa nelle ore successive alla procedura, i vescovi hanno ribadito che “la risposta non può essere la morte”, denunciando un clima culturale che, a loro avviso, normalizza l’eutanasia come soluzione rapida a problemi complessi.
La vicenda di Noelia, raccontata dai media spagnoli con grande attenzione, ha riaperto un dibattito che nel Paese resta acceso nonostante la legge sull’eutanasia sia in vigore dal 2021. La donna, immobilizzata e dipendente da assistenza continua, aveva più volte dichiarato di non voler prolungare una vita che percepiva come priva di dignità. La sua scelta, sostenuta dai familiari e dai medici, è stata accolta con rispetto da una parte dell’opinione pubblica, mentre altre voci hanno sollevato interrogativi sulla qualità delle cure palliative e sul sostegno psicologico disponibile per chi affronta malattie irreversibili.
La Chiesa, pur riconoscendo la sofferenza della donna, insiste sul fatto che lo Stato debba investire di più in percorsi di accompagnamento, assistenza domiciliare e supporto alle famiglie. Secondo i vescovi, la morte di Noelia non è solo una questione etica, ma un campanello d’allarme sulle lacune del sistema sanitario e sociale. Il governo, dal canto suo, difende la legge come strumento di libertà individuale e sottolinea che la procedura è stata eseguita nel pieno rispetto delle norme. Il caso continua a dividere il Paese, mettendo a confronto due visioni opposte della dignità umana.





