La decisione del primo ministro danese di convocare elezioni anticipate ha colto molti osservatori di sorpresa, ma il motivo che ha accelerato la crisi politica era nell’aria da settimane: la Groenlandia, con il suo peso strategico crescente, è diventata il fulcro di un confronto interno che il governo non è più riuscito a contenere.
Le tensioni tra Copenaghen e Nuuk, alimentate da divergenze su autonomia, risorse naturali e relazioni internazionali, hanno finito per trasformarsi in un detonatore capace di far vacillare la maggioranza.
Negli ultimi mesi, la leadership groenlandese ha intensificato le richieste di maggiore controllo sulle politiche minerarie e sulle partnership con attori stranieri, in particolare nel settore delle terre rare. Una partita che non riguarda solo l’economia, ma anche gli equilibri geopolitici dell’Artico, dove Stati Uniti, Cina e Unione Europea osservano con crescente attenzione.
Per il governo danese, trovare un compromesso è diventato sempre più difficile: da un lato la necessità di preservare l’unità del Regno, dall’altro la pressione internazionale e le ambizioni di un territorio che vede nella transizione energetica un’occasione storica.
La scelta di tornare alle urne è stata presentata come un atto di responsabilità, un modo per “ridare voce ai cittadini” in un momento in cui la politica nazionale è attraversata da incertezze. Ma la campagna elettorale si preannuncia complessa: i partiti dovranno misurarsi con un’opinione pubblica divisa tra la volontà di mantenere un legame forte con la Groenlandia e la consapevolezza che il futuro del Regno potrebbe passare attraverso un nuovo equilibrio istituzionale.
Sul terreno, i temi tradizionali – welfare, sicurezza, economia – si intrecceranno inevitabilmente con la questione artica, trasformando la Groenlandia da dossier tecnico a simbolo identitario.



