I mediatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner hanno lasciato ieri l’Ucraina a bordo di un convoglio ferroviario, al termine dei colloqui svolti a Kiev. La partenza della delegazione statunitense è stata confermata dal gestore delle ferrovie ucraine. Si conclude così la missione degli inviati di Washington, arrivati nella capitale per incontrare il presidente Volodymyr Zelensky e i rappresentanti europei. I tre round di negoziati hanno riguardato le garanzie di sicurezza, il sostegno energetico per l’inverno e i principali nodi di un possibile accordo di pace. I due emissari rientrano negli Stati Uniti mentre scade la tregua temporanea concessa da Mosca per consentire lo svolgimento della visita.
La speranza nella diplomazia
Zelensky ha definito costruttivi i colloqui e ha sottolineato la necessità di «continuare a lavorare attivamente insieme per mantenere viva la diplomazia». Il presidente ucraino ha riferito di aver discusso con Witkoff e Kushner delle esigenze di difesa aerea, della cooperazione tecnologica e del cosiddetto “pacchetto invernale”. Tra le priorità di Kiev figurano il rafforzamento della difesa aerea, il sostegno alla rete energetica nazionale e la fornitura di ingenti quantità di gas naturale liquefatto americano, necessarie ad affrontare i mesi invernali nel caso in cui la guerra dovesse proseguire.
Serve l’impegno dei leader
Il presidente ucraino ha inoltre ribadito che il nodo territoriale resta centrale. «Questioni così complesse possono essere risolte solo a livello di leader», ha scritto su X, rilanciando l’ipotesi di un vertice tra i presidenti. Zelensky ha evidenziato anche l’importanza delle garanzie di sicurezza e dei piani per la ripresa economica e la ricostruzione. «Il nostro esercito deve essere forte, e per noi questa è una garanzia di sicurezza chiave. Le garanzie devono essere forti e chiare», ha affermato. I colloqui, ai quali nella terza fase hanno partecipato anche Francia, Regno Unito e Germania, hanno posto le basi per un prossimo incontro tra Ucraina, Europa e Stati Uniti.
L’Onu: “Inorridito” per i droni autonomi
Sul fronte delle nuove tecnologie militari, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani si è detto «inorridito» dalle notizie secondo cui l’esercito russo avrebbe utilizzato in Ucraina un drone capace di condurre autonomamente un attacco letale. «Sono inorridito dalle notizie secondo cui droni completamente autonomi lanciati dalla Federazione Russa avrebbero ucciso tre ucraini il mese scorso», ha dichiarato l’Alto commissario Onu Volker Türk davanti al Consiglio dei diritti umani a Ginevra. Türk ha aggiunto che anche l’Ucraina avrebbe effettuato test sul campo con armi di questo tipo.
AI e nuovi sistemi offensivi
Il 24 agosto il New York Times aveva riferito che un drone russo autonomo, pilotato dall’intelligenza artificiale, avrebbe ucciso tre persone il 6 luglio a Zaporizhzhia. Secondo il quotidiano, il velivolo avrebbe dovuto colpire una stazione di servizio, individuando poi autonomamente il bersaglio, probabilmente alcuni serbatoi di propano. Il Guardian ha invece riferito di un solo morto, attribuendo l’attacco a un drone Molniya.
L’appello contro le armi robot
Durante una conferenza stampa del 25 agosto, funzionari dell’Onu e del Comitato internazionale della Croce Rossa non avevano commentato direttamente le informazioni. Carolyne Mélanie Régimbal, direttrice dell’Ufficio per gli affari di disarmo dell’Onu a Ginevra, aveva precisato che «l’intelligenza artificiale è una tecnologia che può essere integrata in un sistema d’arma autonomo, ma non costituisce, di per sé, un’arma autonoma». La pressione internazionale per regolamentare le armi letali autonome, spesso definite “robot killer”, è aumentata negli ultimi anni. «Mi unisco», ha dichiarato Türk, «agli appelli a favore di un divieto urgente delle armi in grado di uccidere senza l’intervento umano».





