Nel pieno della guerra civile siriana, mentre l’avanzata dell’ISIS minacciava città, monumenti e vite umane, un gruppo di archeologi intraprese una missione straordinaria che per anni è rimasta poco conosciuta. Secondo uno studio recentemente pubblicato, questi esperti rischiarono la propria vita per mettere in salvo circa 30.000 reperti archeologici custoditi nel museo di Deir ez-Zor, evitando che finissero distrutti o saccheggiati dai militanti dello Stato Islamico. L’operazione ebbe luogo tra il 2014 e il 2015, quando la città di Deir ez-Zor, situata sulle rive dell’Eufrate vicino al confine iracheno, si trovava sotto una minaccia sempre più concreta. La regione rappresentava uno dei principali teatri di scontro del conflitto siriano, sia per la sua posizione strategica sia per la presenza di importanti giacimenti petroliferi e di gas. Di fronte all’imminente rischio di caduta della città, gli archeologi decisero di agire rapidamente. Il loro obiettivo non era soltanto salvare oggetti antichi, ma preservare una parte fondamentale della memoria storica della Siria e dell’intera civiltà mesopotamica. I reperti custoditi nel museo erano infatti considerati di valore inestimabile per comprendere le origini e l’evoluzione delle culture che hanno abitato il Medio Oriente nel corso dei millenni. Lo studio, pubblicato sulla rivista specializzata Museum Management and Curatorship, analizza questa operazione come un caso esemplare di protezione del patrimonio culturale in tempo di guerra. L’autore della ricerca, l’archeologo e storico Maamoun Abdulkarim, sottolinea come il significato della missione vada ben oltre il numero degli oggetti salvati. Secondo il ricercatore, la riuscita dell’intervento fu possibile grazie a una combinazione di capacità decisionale, resilienza istituzionale, fiducia tra le persone coinvolte e rapidità di adattamento a circostanze in continuo cambiamento. In scenari di guerra, spiega lo studio, attendere il momento ideale può spesso rivelarsi più pericoloso che intervenire in condizioni di incertezza. Le difficoltà operative erano enormi. All’epoca, il museo di Deir ez-Zor era collegato all’aeroporto militare soltanto attraverso uno stretto corridoio altamente vulnerabile agli attacchi.
Gli archeologi che sfidarono l’ISIS per salvare 30.000 tesori della storia
Redazione
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