In questi giorni, mentre l’Ucraina celebra i trentacinque anni della sua indipendenza dall’Unione Sovietica, si intrecciano due narrazioni opposte. Zelensky annuncia un piano, elaborato con Stati Uniti ed Europa, che prevede il cessate il fuoco, una zona economica franca ed il ritiro delle truppe dal fronte.
Lo stesso giorno, la Coalizione dei Volenterosi riunita a Kiev ha confermato però la linea consolidata: nuove armi, nuove sanzioni, nuovi aiuti militari con l’approvazione di un altro pacchetto da oltre sei miliardi che a Zelensky non basta perchèchiede anche trecento sistemi Patriot per fermare i raid missilistici russi. La Gente in Europa ed in Italia ora sempre più si chiede: possiamo arrivare alla pace continuando ad aumentare gli armamenti forniti a Kiev?
E la domanda spontanea è: la logica del continuo sostegno a Kiev e del riarmo, possono essestesse essere gli ostacoli alla fine della guerra? Chi sostiene la linea delle armi ritiene che una Russia che può avanzare senza resistenza non avrebbe motivo di negoziare. Con questa lettura le armi non sono l’alternativa alla pace, ma rappresenterebbero ladeterrenza per creare quelle condizioni che la renderebbero possibile.
Convincendo Mosca di non poter vincere sul campo si potrebbe creare unospazio per degli accordi. C’è però un limite che questa logica da sola non supera. La deterrenza può impedire una sconfitta, ma raramente costruisce da sé una pace: al massimo produce una tregua armata, come in Corea da settant’anni.
Se l’orizzonte è la pace e non la semplice sospensione delle ostilità, l’aumento degli armamenti va accompagnato da un progetto politico altrettanto definito: chi garantirà iconfini, chi controllerà l’eventuale zona cuscinetto, quali concessioni sarebbero immaginabili. Zelenskyy ribadisce di non voler cedere territorio, mentre il comunicato dei Volenterosi non parla di trattative: le armi procedono e i negoziati restano un’intenzione più che un tavolo concreto di trattative.
Il dibattito sulle armi che continuiamo a servire all’Ucraina ed il riarmo europeo rischiano di sostituirsi interamente alla strategia politica, rimandando sine die la domanda su come si deve uscire dal conflitto. Le armi non sostituiscono la Diplomazia . Ed in questo quadro si inseriscel’iniziativa del Papa. Dopo la missione di luglio in Ucraina di monsignor Paul Richard Gallagher, Segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e del cardinale Matteo Zuppi, inviato speciale del Papa, in questi stessi giorni Gallagher è a Mosca per incontri diplomatici di. alto livello tra cui l’ atteso incontro con il ministro degli Esteri russo Lavrov. È la prima missione vaticana di questo livello a Mosca dall’inizio della guerra.
Un tentativo che non pretende di sostituire i negoziati politici in corso, ma ricorda e testimonia che accanto ai canali ufficiali resta necessario un canale che parli a entrambe le parti senza pregiudiziali, capace di costruire fiducia su dossier delle trattive. Forse è proprio questo che manca al dibattito pubblico sull’Ucraina: non un’alternativa netta tra armare e negoziare, ma la costruzione paziente di un canale negoziale che cresca insieme al sostegno militare, invece di restare sempre un passo indietro.
Aumentare gli armamenti senza una strategia politico-diplomatica altrettanto ambiziosa rischia di prolungare la guerra all’infinito. La pace va costruita attentamente a tavolino, senza distrazioni , come si fa ogni giorno la guerra.





