Tutti ci indigniamo di fronte al maltrattamento palese degli animali. Le recenti notizie di cronaca sono un esempio di quanto certe storie ci colpiscano nel profondo, dai gattini cui sono stati legati stracci infuocati alla coda per appiccare gli incendi boschivi ai cani abbandonati sotto il sole, condannati a una morte lenta e atroce. Tutti sappiamo riconoscere questo tipo di crudeltà, che ci fa immediatamente indignare, arrabbiare, soffrire. Ma esistono anche altri tipi di maltrattamenti, più subdoli e difficili da riconoscere. Parliamo di tutte quelle situazioni in cui non ricordiamo che i bisogni degli animali non coincidono con i nostri e che tutelare la loro natura, permettendogli di vivere una vita compatibile con le esigenze della loro specie, è il primo vero gesto di rispetto che possiamo compiere nei confronti di queste creature.
Proprio in questi giorni sta facendo discutere sui giornali e sui social la vicenda dell’influencer napoletana Rita De Crescenzo, che mostra nei suoi video una piccola scimmia appena comprata. La creator mostra l’animale vestito di tutto punto, con il pannolino, mentre lo tiene in braccio e lo alimenta con il biberon, come una sorta di figlio. Racconta di averlo acquistato durante un soggiorno in Egitto e la vicenda ha subito sollevato molti interrogativi sulla provenienza dell’animale e sulle modalità con cui sia arrivato nella sua disponibilità. Ed è qui che il popolo di Internet si divide.
C’è chi non ci vede nulla di male, che anzi lo considera un “salvataggio”, che ha sottratto l’animale alla strada, e chi, vedendo quegli occhietti dolci e quei vestitini, finisce persino per desiderarne uno. E poi c’è chi, invece, riesce a osservare la vicenda con uno sguardo più critico e più realistico, cogliendo tutta la complessità della situazione. Già, perché dietro al commercio di primati destinati al mercato degli animali da compagnia possono esistere filiere tutt’altro che innocue, come spiega un bollettino dell’Environmental Crimes Section del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, relativo a un caso di traffico di cuccioli di scimmia ragno messicano. Nel documento si spiega chiaramente che le madri non abbandonano volontariamente i piccoli, anzi che l’intero gruppo tende a difenderli. Per questo, secondo gli investigatori, i bracconieri che vogliono catturare i cuccioli possono arrivare a uccidere o ferire la madre e altri membri del gruppo.
Non conosciamo la provenienza della scimmietta mostrata dalla De Crescenzo e non possiamo, quindi, affermare che la sua storia sia questa. Il punto, però, è un altro. Quando acquistiamo o prendiamo in custodia un animale esotico spesso non conosciamo la sua vera storia. Ed è anche per questo che la domanda di animali selvatici trattati come “domestici” può contribuire, direttamente o indirettamente, a mantenere in vita un mercato nel quale esistono forme di traffico illecito e catture illegali.
Dal punto di vista legale la detenzione e il commercio di molte specie selvatiche ed esotiche sono sottoposti a specifiche norme nazionali e internazionali, tra cui la disciplina CITES. Nel caso della scimmietta mostrata dall’influencer saranno gli eventuali accertamenti delle autorità a stabilire se siano state rispettate tutte le disposizioni vigenti.
Infine, c’è la questione più controversa e più annosa: la scimmia non è un animale domestico, né tantomeno un bambolotto. L’umanizzazione degli animali, anche quando nasce dalle migliori intenzioni, può diventare una forma di maltrattamento se porta a snaturare o reprimere i comportamenti, gli istinti e i bisogni propri della specie di appartenenza. Per stare bene, infatti, ogni animale deve poter esprimere, per quanto possibile, i comportamenti naturali e vivere in condizioni compatibili con le sue esigenze.
Il selfie “innocente”
Molto spesso non ci rendiamo conto che anche comportamenti apparentemente “innocui” possono contribuire ad alimentare queste pratiche scorrette. Pensiamo, per esempio, a quando viaggiamo in qualche Paese e incontriamo qualcuno che ci propone di fare una foto insieme a un animale esotico. Chi, ingenuamente, non ha mai scattato una fotografia con una scimmietta, una tigre, un serpente o un altro animale, magari pensando semplicemente a un ricordo da condividere sui social? Eppure, dietro alcune di queste esperienze turistiche possono esserci catture violente, separazioni dai genitori, condizioni di detenzione inadeguate e pratiche di gestione che compromettono il benessere degli animali.
Non significa che ogni singola fotografia nasconda necessariamente una storia di questo tipo, quanto piuttosto che la domanda dei turisti può contribuire a rendere economicamente conveniente l’impiego degli animali come attrazioni. Anche qui, dunque, il gesto del singolo può sembrare insignificante, ma quando milioni di persone compiono lo stesso gesto quel mercato smette di essere marginale.
Sfruttamenti celati
Un altro esempio di maltrattamento celato riguarda il topeng monyet, espressione indonesiana che significa “scimmia mascherata”. Si tratta di una forma di spettacolo di strada tradizionalmente associata soprattutto ai macachi, addestrati a compiere azioni di tipo umano, come andare in bicicletta, vestirsi o trasportare oggetti. La gravità delle condizioni legate a questa pratica è stata documentata anche dalla World Animal Protection. Nel 2024 l’organizzazione, insieme al Jakarta Animal Aid Network, ha salvato 31 macachi dalla coda lunga in un villaggio indonesiano associato al topeng monyet. Secondo l’organizzazione gli animali venivano sottoposti a pratiche di addestramento e gestione estremamente dure.
Per accorgersi dei maltrattamenti celati bisogna ricordare che per ottenere determinati obiettivi gli animali devono essere sottoposti a sistemi di addestramento coercitivi e a condizioni che limitano fortemente la possibilità di esprimere il loro naturale comportamento. Basti pensare ai cavalli delle botticelle di Roma. Secondo i vetturini gli animali sono ben tenuti, vengono rispettate le pause necessarie e non lavorano nelle ore più calde. Il fatto che Roma Capitale abbia, però, previsto specifiche limitazioni per tutelare i cavalli durante le ondate di calore dimostra che la realtà forse è diversa.
Al di là del singolo episodio il dibattito riguarda anche la compatibilità di questo tipo di attività con le esigenze fisiche ed etologiche di un cavallo, chiamato a muoversi nel traffico cittadino, tra rumore, smog e asfalto. Per chi considera prioritario il benessere dell’animale è legittimo chiedersi se trasportare turisti nel centro di una grande città rappresenti davvero un’attività compatibile con la sua natura.
Potremmo raccontare anche dei delfini nei delfinari, che agli occhi del pubblico sembrano spesso a loro agio e persino divertirsi durante le esibizioni. Ma ciò dipende dai criteri di valutazione che si adottano. La questione è tutt’altro che semplice. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica “Frontiers in Psychology” dedicato al benessere di questi cetacei ospitati in strutture zoologiche sottolinea come la valutazione del loro benessere debba tenere conto di diversi indicatori, quali comportamento, relazioni sociali, salute e interazione con l’ambiente, evidenziando come l’addestramento possa avere effetti differenti sul benessere dell’animale a seconda delle modalità con cui viene condotto.
Un delfino può essere addestrato a saltare, eseguire una sequenza e interagire con gli esseri umani, questo, però, non ci dice automaticamente se l’ambiente in cui vive sia adeguato a tutte le sue esigenze comportamentali e sociali. Il problema, dunque, non è stabilire se quel singolo delfino “si diverta”, ma chiederci se le condizioni in cui vive permettano davvero di soddisfare le esigenze proprie della specie.
Stesso discorso vale per il circo che usa animali nei suoi spettacoli. Anche lì spesso sembrano stare bene in apparenza, sono nutriti, appaiono in salute e seguono le coreografie senza mostrare comportamenti apparentemente aggressivi. Ma cosa significa davvero “stare bene” per un animale? La domanda non è soltanto teorica. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Animal Welfare ha analizzato le condizioni degli animali selvatici nei circhi itineranti, rilevando problemi legati alla reclusione, agli spostamenti, all’addestramento e alla presenza di comportamenti stereotipati.
Gli autori sottolineano come il viaggio, la manipolazione, il rumore e la permanenza in spazi ristretti possano rappresentare importanti fattori di stress. La docilità e la capacità di eseguire determinati comportamenti, quindi, non sono da sole prove di benessere. Possono essere il risultato di un lungo processo di addestramento.
Scelte consapevoli
La questione è controversa, ma il punto di partenza dovrebbe essere solo la consapevolezza. Il problema è che tendiamo a valutare il benessere animale con parametri umani, dimenticando che ciò che per noi rappresenta una condizione ideale potrebbe non esserlo affatto per un animale. È un po’ come pensare che una persona non possa stare male perché è bella, ricca e apparentemente fortunata. Le condizioni esteriori, da sole, non raccontano tutto. Il punto, allora, è rimanere lucidi e non lasciarsi imbambolare da scimmiette adorabilmente vestite, tigri accanto alle quali scattare selfie o animali che eseguono perfettamente una coreografia. Dietro quelle immagini dobbiamo imparare a chiederci che cosa c’è. Se amiamo davvero gli animali, dovremmo domandarci anche se con le nostre scelte stiamo alimentando un sistema che li trasforma in attrazioni, oggetti da esibire o strumenti di intrattenimento. Perché la superficialità, spesso, può fare danni tanto quanto la cattiveria di chi li sfrutta consapevolmente. E se le Istituzioni non fanno abbastanza per contrastare queste pratiche, possiamo almeno interrogarci su quali siano le nostre responsabilità. Perché senza la domanda un mercato smette di esistere.
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