Quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di volere “un pezzo di ghiaccio, freddo e in una posizione scomoda”, riferendosi alla Groenlandia ma chiamandola per quattro volte “Islanda”, molti islandesi hanno iniziato a guardare con inquietudine al futuro.
La gaffe, arrivata mentre Washington insisteva per ottenere il controllo della Groenlandia, ha alimentato timori profondi in un Paese che conta appena 400.000 abitanti e che teme di trovarsi vulnerabile in un mondo sempre più instabile.
La scrittrice Hildur Knútsdóttir, favorevole all’adesione all’UE, ha spiegato che l’episodio ha scosso l’opinione pubblica: “Non possiamo più fidarci degli Stati Uniti. Se prendessero la Groenlandia con la forza, probabilmente saremmo i prossimi”.
Il referendum di sabato chiederà agli islandesi se riaprire i negoziati per entrare nell’Unione Europea, una decisione che divide profondamente il Paese. Per gli euroscettici, la questione è semplice: l’Islanda gode già dei vantaggi del mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo e della libera circolazione grazie a Schengen, senza dover rinunciare alla propria sovranità.
I sostenitori dell’adesione, invece, vedono la sovranità come qualcosa da proteggere attraverso alleanze più solide. Non è la prima volta che l’Islanda valuta l’ingresso nell’UE: i negoziati avviati nel 2009 dopo il crollo del settore bancario furono sospesi nel 2013 e chiusi nel 2015.
Il referendum attuale rappresenta il primo passo di un processo lungo e complesso: un eventuale sì aprirebbe trattative su 35 capitoli, dalla pesca alla finanza, dalle infrastrutture alle libertà fondamentali, con approvazione finale degli Stati membri e degli stessi elettori islandesi. In un Paese che ha combattuto le ‘Guerre del Merluzzo’ negli anni ’70 per difendere le proprie acque, la scelta tra autonomia e integrazione europea è più che politica: è identitaria.





