«L’illusione dell’ombrello protettivo americano ha cullato l’Europa per quasi un secolo, trasformando un’alleanza difensiva in una strutturale subalternità strategica.»
Oggi, di fronte alle spinte isolazioniste di Washington e al riassetto geopolitico globale, le democrazie del continente scoprono la fragilità di un modello fondato sulla delega della propria sovranità militare.
L’esito di questa scelta è impietoso: un’Europa incapace di garantire autonomamente la propria deterrenza, costretta a importare dall’industria statunitense circa il sessantaquattro per cento dei sistemi d’arma acquistati nell’ultimo quadriennio per fare fronte ai conflitti ad alta intensità ai propri confini. La natura di questo legame non è soltanto quantitativa, ma tecnologica e politica.
Se le imprese europee eccellono nella meccanica di precisione e nei veicoli corazzati convenzionali, le reali lacune emergono laddove la difesa incontra le tecnologie di frontiera: dai missili ipersonici ai caccia di sesta generazione, passando per la sensoristica avanzata, la cyber warfare e l’intelligence satellitare.
A monte di questo divario risiede un deficit drammatico negli investimenti in ricerca e sviluppo, dove la spesa europea rappresenta solo una frazione di quella americana e la metà di quella cinese.
Il risultato è che Paesi esposti come la Polonia finiscono per rifornirsi quasi integralmente oltreoceano, mentre la Germania evidenzia una capacità industriale limitata da vincoli burocratici e ideologici. Da un punto di vista liberale e di finanza pubblica, la risposta delle istituzioni europee appare tuttavia viziata da un errore d’impostazione. La convinzione che basti mobilitare ingenti risorse collettive, come nel programma ReArm Europe, per creare magia contabile e autonomia strategica si scontra con la dura realtà del mercato. L’industria europea della difesa conta già cinque tra le prime venti aziende mondiali del settore: il fattore bloccante non è la mancanza di sussidi statali o di piani centralizzati, bensì l’assenza di una domanda pubblica chiara, integrata e prevedibile. La frammentazione dei mercati nazionali, la duplicazione dei progetti e la tendenza alla spesa pubblica assistenziale impediscono il raggiungimento di adeguate economie di scala. In assenza di contratti pluriennali e di una reale liberalizzazione del mercato unico degli armamenti, il rischio di uno spreco di risorse finanziarie è concreto.
Senza un cambio di passo, l’aumento del debito per finanziare il riarmo produrrà soltanto inefficienze, lasciando immutato il divario tecnologico con la base industriale americana, peraltro già messa a dura prova dalla contemporanea pressione su più teatri bellici. Per evitare che la ricerca dell’autonomia si risolva in un fallimento economico e militare, l’Europa deve abbandonare le velleità dirigiste e adottare un approccio pragmatico.
La deterrenza convenzionale nei confronti di minacce reali richiede il raddoppio dei mezzi corazzati, la triplicazione della difesa antiaerea e il potenziamento delle capacità di attacco a lungo raggio.
Raggiungere questi obiettivi non richiede una nuova burocrazia comunitaria, ma il coraggio politico di spalancare le porte agli investimenti privati, eliminando i vincoli regolatori che penalizzano il settore della difesa nelle valutazioni finanziarie e garantendo contratti trasparenti a lungo termine.
Soltanto liberando le forze del mercato e la competitività industriale il continente potrà riconquistare la propria sovranità e difendere con dignità i valori della libertà e dell’ordine liberale internazionale.





