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Iran, la guerra si allarga tra Hormuz e Mar Rosso

martedì, 15 Settembre 2026
2 minuti di lettura

La guerra tra Stati Uniti e Iran entra in una fase di ulteriore escalation, mentre il conflitto tende progressivamente a spostarsi dal territorio iraniano ai grandi corridoi marittimi ed energetici del Medio Oriente. Lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso diventano così i due principali teatri di una crisi che coinvolge direttamente la sicurezza della navigazione e rischia di produrre conseguenze sempre più rilevanti sull’economia internazionale.

Le tensioni nello Stretto

Nella zona di Sirik, località costiera situata nei pressi dell’imbocco orientale di Hormuz, sono state segnalate pesanti esplosioni. Le forze statunitensi continuano intanto le operazioni contro postazioni radar, sistemi di difesa aerea, droni e imbarcazioni dei Pasdaran, con l’obiettivo dichiarato di ristabilire condizioni di sicurezza per il traffico commerciale e petrolifero. Ma il fronte marittimo rimane estremamente vulnerabile.

Le autorità iraniane hanno confermato che una nave mercantile è stata colpita al largo dell’isola di Hengam. Il bilancio provvisorio è di un morto e tre feriti. L’episodio conferma come il rischio per la navigazione non riguardi più soltanto le petroliere, ma possa estendersi all’intero traffico commerciale che attraversa uno dei passaggi strategici dell’economia mondiale.

Il ruolo degli Houthi e lo scontro regionale

A rendere ancora più complesso il quadro è il conflitto yemenita. Gli Houthi hanno conquistato altre isole nell’area meridionale, comprese le Hanish, a circa 160 chilometri a nord di Bab el-Mandeb. La scorsa settimana i ribelli avevano assunto il controllo della città portuale di Al-Mokha e dell’isola di Perim. L’avanzata rafforza la loro posizione lungo una delle principali direttrici marittime tra Oceano Indiano, Mar Rosso e Mediterraneo.

Teheran continua formalmente a negare un coinvolgimento diretto nella guerra yemenita, sostenendo che non interferisce negli affari interni dello Yemen. Sul terreno, tuttavia, la convergenza strategica tra Iran e Houthi rappresenta uno degli elementi centrali della crisi regionale.

La pressione coinvolge direttamente anche l’Arabia Saudita. Secondo il generale Leonardo Tricarico, gli attacchi dimostrano i limiti delle capacità militari dei Paesi del Golfo: il possesso di sistemi d’arma moderni non sarebbe sufficiente senza addestramento, organizzazione e capacità operative consolidate. Il recente patto di mutua difesa sottoscritto alla Mecca da Mohammed bin Salman con Pakistan e Turchia, pur rappresentando un tentativo di aggregazione regionale, non costituirebbe ancora un deterrente militare effettivo.

Diplomazia, mercati e dossier nucleare

Sul piano diplomatico, l’escalation ha fatto saltare anche un importante appuntamento regionale. L’Arabia Saudita ha chiesto il rinvio dell’incontro previsto in Oman tra i ministri degli Esteri iraniano e dei Paesi del Golfo, che avrebbe dovuto affrontare proprio la sicurezza regionale e la navigazione nello Stretto di Hormuz. Teheran sostiene invece di aver raggiunto con Muscat un’intesa sulla sicurezza delle rotte marittime dopo settimane di negoziati.

La tensione si riflette sui mercati. Il Brent è salito oltre i 108 dollari al barile, avvicinandosi a quota 110, mentre il WTI ha superato i 103 dollari. Il gas europeo è cresciuto di oltre il 5%, mentre le principali Borse europee hanno registrato perdite, con Milano particolarmente penalizzata. Il timore è che una prolungata interruzione dei flussi energetici possa alimentare nuovamente l’inflazione e aumentare la pressione sui rendimenti dei titoli di Stato.

Parallelamente si apre un nuovo scontro sul dossier nucleare. Washington ha impedito la partecipazione a Vienna di Mohammad Eslami, capo dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, alla conferenza annuale dell’Aiea. Gli Stati Uniti hanno motivato la decisione con le sanzioni a suo carico e con la richiesta a Teheran di una maggiore collaborazione con l’Agenzia. L’Iran ha definito il provvedimento un atto ostile e un precedente destinato a riguardare tutti.

Sul fronte politico, intanto, Israele guarda all’Assemblea generale dell’Onu. Benjamin Netanyahu è atteso a New York il 23 settembre e dovrebbe intervenire il 24, mentre non è ancora confermato un nuovo incontro con Donald Trump.

La crisi assume dunque una dimensione sempre più ampia: Hormuz e Bab el-Mandeb rischiano di trasformarsi in un unico arco strategico della guerra. Se il conflitto dovesse prolungarsi, la questione decisiva potrebbe non essere soltanto la capacità degli Stati di colpire i propri avversari, ma quella di garantire la continuità delle rotte energetiche e commerciali dalle quali dipende una parte essenziale dell’economia mondiale.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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