Donald Trump rilancia la rivendicazione americana sullo Stretto di Hormuz. Il presidente degli Stati Uniti ha pubblicato su Truth Social una mappa del Golfo Persico nella quale il passaggio strategico tra Iran e Oman è evidenziato con la scritta “NEW U.S. Territory”, tornando così sulla proposta, avanzata nei giorni scorsi, di dichiarare lo Stretto territorio statunitense.
La replica di Teheran è arrivata dal viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi, secondo il quale Trump vive in una “illusione” che l’Iran è pronto a correggere. “Lo Stretto di Hormuz è stato iraniano, è iraniano e rimarrà iraniano”, ha affermato, sostenendo che l’apertura e la chiusura del passaggio dipenderanno dalla Repubblica islamica.
Trump aveva già dichiarato il 14 agosto che avrebbe potuto proclamare presto Hormuz territorio americano e lunedì, parlando alla Casa Bianca, aveva rivendicato il “controllo totale” dello Stretto grazie al blocco navale statunitense. Teheran contesta questa ricostruzione e insiste sul proprio controllo del passaggio, attraverso il quale prima della guerra transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.
Ghalibaf: “Lo Stretto resta chiuso”
Il presidente del Parlamento e capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha ribadito che Hormuz non sarà riaperto fino a quando Washington non rispetterà le condizioni previste dall’intesa provvisoria raggiunta a giugno. Tra le richieste iraniane figurano la fine del blocco dei porti, la rimozione delle sanzioni sulle esportazioni petrolifere, lo sblocco dei beni iraniani congelati e la cessazione delle operazioni e delle minacce militari statunitensi.
Il memorandum d’intesa aveva concesso sessanta giorni alle parti per arrivare a un accordo definitivo, ma il termine è scaduto senza un’intesa. Washington ha escluso una proroga e Trump sostiene che Teheran non sia disposta ad accettare l’accordo che gli Stati Uniti ritengono necessario, a partire dalla rinuncia iraniana all’arma nucleare.
Araghchi accusa Israele
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha intanto indicato Israele come “il principale avversario e ostacolo” all’applicazione del memorandum. Secondo il capo della diplomazia iraniana, lo Stato ebraico avrebbe cercato fin dall’inizio di impedire l’intesa e di provocarne il fallimento, mentre Washington avrebbe iniziato a violarne le disposizioni meno di due settimane dopo la firma.
La disputa sul controllo dello Stretto resta così il principale nodo del confronto tra Washington e Teheran. Il traffico commerciale attraverso Hormuz è crollato rispetto ai livelli precedenti alla guerra, mentre proseguono i tentativi diplomatici, anche attraverso l’Oman, per definire un meccanismo di transito sicuro delle navi.





