Per la prima volta in quattordici anni di guerra civile, la Siria guarda se stessa allo specchio. Martedì, la Quarta Corte Penale di Damasco ha condannato a morte Atef Najib, ex capo della sicurezza politica di Deraa e cugino dell’ex presidente Bashar al‑Assad, per omicidio, tortura e crimini contro l’umanità. Il verdetto segna una svolta storica: Najib è il primo alto funzionario del vecchio regime a essere processato fisicamente in Siria. Al‑Assad e suo fratello Maher, fuggiti in Russia dopo la caduta del governo nel dicembre 2024, sono stati condannati in contumacia. Secondo la Corte, i crimini commessi a Deraa nel 2011 — epicentro della rivolta che incendiò il Paese — costituiscono crimini contro l’umanità.
Najib, oggi sessantaseienne, era accusato di aver diretto la repressione contro i manifestanti, inclusi adolescenti arrestati e torturati per graffiti antigovernativi. Quel gesto fu il detonatore della guerra che avrebbe devastato la Siria per oltre un decennio. Arrestato nel gennaio 2025, Najib è rimasto detenuto a Damasco fino all’apertura del processo, iniziato il 26 aprile e concluso dopo otto udienze. Secondo Al Jazeera Mubasher, 75 querelanti hanno testimoniato contro di lui. La sentenza lo riconosce colpevole di “tortura sistematica” e “responsabilità diretta per massacri di civili”. Il processo è considerato un banco di prova per la giustizia di transizione guidata dal presidente ad interim Ahmed al‑Sharaa, criticato per i ritardi nel perseguire i crimini del passato.
Secondo la Rete siriana per i diritti umani, oltre 181.000 persone sono state fatte sparire o detenute arbitrariamente durante la guerra, il 90% dal regime di al‑Assad.





