Il funerale di Ali Khamenei, celebrato a Teheran la scorsa settimana, ha rivelato una frattura profonda ai vertici della Repubblica Islamica. Mentre il presidente Masoud Pezeshkian camminava accanto al feretro, alcuni partecipanti vestiti di nero hanno gridato contro di lui: “morte al compromettitore”. Poco distante, il negoziatore Abbas Araghchi – artefice del cessate il fuoco con gli Stati Uniti – è stato costretto a fuggire dopo essere stato colpito da pietre e insultato come “traditore venduto”.
Questi episodi alimentano una teoria che circola da mesi tra le fazioni più radicali: che i leader iraniani visibili, impegnati nelle trattative post‑belliche, stiano orchestrando un “colpo di stato morbido” mentre il nuovo leader supremo, Mojtaba Khamenei, rimane invisibile. Mojtaba non ha parlato alla nazione, non ha presenziato eventi pubblici e non ha esercitato apertamente la sua autorità, alimentando speculazioni sulla sua sicurezza o sul suo stato di salute.
Secondo gli ultraconservatori, invece di vendicare l’uccisione di Khamenei senior negli attacchi israeliani coordinati con Washington, Pezeshkian, Araghchi e il potente negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf avrebbero “ceduto” firmando un accordo che contraddice le presunte direttive del nuovo leader.
Il parlamentare radicale Mahmoud Nabavian ha parlato apertamente di un “colpo di stato in corso”, denunciando la sospensione del parlamento e la gestione autonoma delle trattative. Gli esperti, come Arash Azizi, sostengono che l’assenza di Mojtaba abbia lasciato Ghalibaf e Pezeshkian a guidare il Paese, provocando l’ira dei fondamentalisti. Alcuni, come il religioso militante Mohammad Ali Bakhshi, hanno persino minacciato il presidente: “Sarà la lama e la tua gola”.





