Mentre vaste aree dell’emisfero settentrionale affrontano quello che potrebbe essere l’anno più caldo mai registrato, con incendi in Nord America ed Europa e ondate di calore in Asia, i colloqui biennali delle Nazioni Unite sulla desertificazione assumono un peso senza precedenti.
La COP17, ospitata in Mongolia, apre questa settimana con l’obiettivo di assegnare oltre 12 miliardi di dollari ai paesi più vulnerabili per contrastare siccità e degrado del suolo. Secondo Yasmine Fouad, segretaria esecutiva dell’UNCCD, la conferenza “invierà un segnale positivo di multilateralismo”, trasformando in progetti concreti gli impegni miliardari presi due anni fa.
Al centro dei negoziati c’è la sicurezza alimentare: il caldo record e la scarsità d’acqua stanno danneggiando i raccolti, mentre il Programma Alimentare Mondiale avverte che il sistema meteorologico “super El Niño” potrebbe spingere 50 milioni di persone verso la fame. Per decenni, la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione è stata considerata il “parente povero” dei trattati ambientali nati al Vertice di Rio del 1992, ricevendo meno attenzione rispetto all’UNFCCC e alla Convenzione sulla Diversità Biologica. Ma il quadro sta cambiando.
L’Arabia Saudita, tradizionalmente ostile alle politiche sulle emissioni, è diventata uno dei principali sostenitori dell’UNCCD, ospitando la COP16 nel 2024 e promettendo centinaia di milioni di dollari. Anche gli Stati Uniti restano membri attivi, nonostante il ritiro dall’accordo di Parigi. Il cuore della COP17 sarà la piena operatività del Partenariato globale di Riyadh per la resilienza alla siccità, che prevede 12 miliardi di dollari in sette anni per sostenere 74 paesi colpiti dalla desertificazione. Una cifra importante, ma minima rispetto ai 2.600 miliardi necessari entro il 2030 per ripristinare i terreni degradati.





