Immagine generata da AI

Se la crisi della scuola ha sessant’anni. L’eterno dibattito tra concorsi e cattedre vuote

ll lavoro di ricerca e valorizzazione in corso nell'archivio storico della Fondazione La Discussione svela come le cicliche riforme e le difficoltà di reclutamento della scuola italiana non siano emergenze recenti. Confrontando i dati del clamoroso concorso a cattedre del 1960 con i numeri della precarietà odierna emerge come l'istituzione scolastica sia da sempre lo specchio in cui la società riflette le sue transizioni più complesse, ieri industriali e oggi digitali
Leggi l'articolo

Quando oggi si parla di scuola si finisce spesso per rimpiangere il passato. Persiste l’idea che un tempo il sistema funzionasse alla perfezione, che le regole fossero chiare e che il corpo docente fosse solido e subito pronto. Questo sguardo nostalgico ci porta a pensare che i problemi di oggi, come la necessità di riforme continue, i programmi da aggiornare, le fatiche dei ragazzi, siano sventure nate solo con l’arrivo degli smartphone e della tecnologia, come ha detto il ministro dell’Istruzione in questi giorni, all’indomani dei risultati Invalsi 2026, in cui si riconoscono progressi nella alfabetizzazione digitale e contenimento della dispersione scolastica, ma regressione sul piano delle competenze di base.

I vecchi giornali, però, come la nostra storica testata, che fotografa l’Italia dal 1953, raccontano una storia diversa. L’inchiesta pubblicata su La Discussione nel 1960, intitolata senza giri di parole “Il problema dei problemi in Italia ha un nome: scuola”, dimostra che la sensazione di essere in piena emergenza c’era anche allora, nel bel mezzo del boom economico. La scuola di ieri non era affatto un’isola felice, ma un cantiere aperto e pieno di crepe.

I numeri del reclutamento: 1960 e oggi a confronto

La parte più curiosa dell’inchiesta del 1960, intitolata “Somari alla ribalta”, analizzava un caso preciso: un concorso pubblico per assumere 450 professori di ruolo nelle scuole superiori. A fronte di ben 4.534 candidati la commissione ne promosse soltanto 77. Più di 370 cattedre rimasero vuote, perché, secondo i commissari dell’epoca, mancavano candidati con una preparazione minima sufficiente. Questo scontro tra il bisogno di coprire i posti e la rigidità delle selezioni è un filo rosso che arriva dritto ai giorni nostri.

I dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito mostrano che la storia si ripete. Ogni anno, per far iniziare le lezioni regolarmente lo Stato deve fare ricorso a una quota enorme di supplenti, che oscilla stabilmente tra le 100.000 e le 150.000 cattedre temporanee. Anche i concorsi moderni, con regole che cambiano continuamente e percentuali di promossi molto altalenanti, mostrano la stessa identica fatica nel trasformare i laureati in docenti di ruolo. Insomma, il problema di come selezionare chi insegna non è un’invenzione di oggi, ma un nodo irrisolto da oltre sessant’anni.

Dalla rivoluzione delle fabbriche a quella di Internet

Per capire perché questi problemi ritornino sempre bisogna guardare come cambia la società. Nel 1960 l’Italia stava diventando rapidamente un paese industriale, per questo molte famiglie lasciavano i campi per andare a lavorare in città e i figli di operai e contadini entravano per la prima volta in classe. L’inchiesta di allora spiegava che la scuola non poteva più essere un “gymnasium di elette iniziative”, cioè un club privato per pochi privilegiati, altrimenti avrebbe privato il Paese di “energie nuove” e indispensabili.

Ieri la sfida era aprire le porte a tutti e creare percorsi tecnici e scientifici per le fabbriche. Oggi la sfida è la transizione digitale. Discutiamo ogni giorno di come inserire nei programmi il coding, l’intelligenza Artificiale e le competenze informatiche senza, però, perdere la nostra forte tradizione umanistica. In entrambi i casi la scuola si trova nella stessa scomoda posizione, deve inseguire un mondo che corre fuori dalle sue mura, faticando a trovare il giusto ritmo per stare al passo.

Lo specchio delle nostre ansie

Secondo la nostra ricerca, dunque, la “crisi della scuola” non è un dramma passeggero, ma una condizione quasi naturale, diremmo strutturale. La scuola è l’istituzione che deve conservare il passato e contemporaneamente preparare il futuro. È ovvio che in questo passaggio di consegne tra generazioni ci sia sempre attrito. Rileggere l’articolo del 1960 non serve a consolarci con un superficiale “è sempre andata così”, ma a guardare i problemi di oggi con più calma e lucidità. Le difficoltà dei concorsi, i dubbi sui programmi e la ricerca di un equilibrio tra il selezionare i migliori e l’accogliere tutti sono i compiti storici della nostra democrazia. Capirlo ci potrebbe aiutare a progettare riforme migliori, senza l’ansia di dover risolvere tutto in un giorno.

Leggi anche:

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo modulo raccoglie il tuo nome, la tua email e il tuo messaggio in modo da permetterci di tenere traccia dei commenti sul nostro sito. Per inviare il tuo commento, accetta il trattamento dei dati personali mettendo una spunta nel apposito checkbox sotto:

Potrebbero interessarti

“Uniti per la scuola”, nuova didattica in aula

Linguaggi del teatro e dell’audiovisivo come strumenti per innovare la…

“Una vita come tante”, il libro che continua a vendere milioni di copie

Dieci anni fa usciva il romanzo che ha scosso il…