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Antonio Tajani, Vicepremier e ministro degli Affari Esteri

Legge elettorale, sì della Camera. Tajani: “Tanto rumore per nulla”

Il testo passa con 217 voti e ora approda al Senato. L’intervento di Donzelli scatena proteste e cartelli in aula, Futuro nazionale chiede il ritorno delle preferenze. Schlein e Conte attaccano il Governo
venerdì, 17 Luglio 2026
4 minuti di lettura

Il voto segreto ha consegnato ieri alla maggioranza un successo che comunque non cancella le crepe degli ultimi giorni. La cronaca della giornata ha detto che la Camera ha approvato la nuova legge elettorale con 217 sì, 152 no e due astenuti. Un risultato, questo, che ha visto il Centrodestra rivendicare la compattezza. Ma dai banchi delle opposizioni si sono alzati invece i cartelli “Meloni dimettiti”, “Legge truffa”, “Legge incostituzionale”, “La maggioranza non esiste più”.

È la fotografia di una riforma nata per promettere stabilità e destinata, già dal primo passaggio parlamentare, a misurare gli equilibri interni alle coalizioni. Il testo, ribattezzato ‘Stabilicum’ ora approda al Senato. Prevede un premio per la lista o l’alleanza che superi il 42% dei consensi: 70 deputati e 35 senatori in più, entro il limite di 220 seggi a Montecitorio e 113 a Palazzo Madama. Se nessuno raggiungerà quella soglia, scatterà la ripartizione proporzionale.

Elly Schlein

È su questo crinale che Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno concentrato le dichiarazioni di voto. “Non c’è più una maggioranza. È un colabrodo, prendetene atto e traetene le conseguenze per il Paese”, ha attaccato la Segretaria del Pd, che ha definito il testo “irricevibile e inemendabile” e ha denunciato “gravi profili di incostituzionalità”.

Il leader del Movimento 5 Stelle ha accusato il Centrodestra di confezionarsi “una legge elettorale vergognosa con un premio di maggioranza incostituzionale” e ha avvertito: “Non vi permetteremo di confondere il Colle del Quirinale con Colle Oppio”. Conte ha poi rivendicato la battaglia condotta insieme dalle opposizioni: “Questo è solo l’antipasto. Ci impegneremo noi per tirare fuori il Paese dalla palude del Governo Meloni, in cui non ci si riesce a curare mentre state spendendo miliardi per le armi. Non avete idea della battaglia che vi aspetta e con cui vi impediremo di prendere il potere, siamo qui”.

Giuseppe Conte

Sulla scheda comparirà il nome del candidato alla Presidenza del Consiglio, ma non sarà possibile esprimere preferenze. Ed è proprio qui che la vittoria della maggioranza perde linearità. L’emendamento promosso da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc è stato respinto per un solo voto. Lo scrutinio segreto ha coperto dissensi, assenze e franchi tiratori. Il Centrodestra festeggia l’approvazione complessiva, ma rinvia a Palazzo Madama la resa dei conti su uno dei punti più sensibili.

Caso preferenze

Futuro nazionale ha già fissato la propria condizione: sosterrà la legge soltanto se il Senato introdurrà le preferenze. Mariastella Gelmini ha parlato di “incidente di percorso” e ha auspicato una correzione nella seconda lettura, dove il voto segreto non sarà ammesso. La senatrice di Noi moderati ha separato il merito della proposta dalla distanza politica con Roberto Vannacci, che definisce immutata.

Giovanni Donzelli, politico

La tensione è esplosa dopo l’intervento di Giovanni Donzelli: “Vergognatevi, se avevate il coraggio di difendere le preferenze, portavate gli emendamenti in Aula e sarebbero passati”, ha attaccato il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia. Poi ha respinto l’accusa di una norma modellata sugli interessi di Giorgia Meloni e ha provocato la Sinistra con un riferimento alla “redazione unica” dei giornali. Le proteste hanno sommerso l’emiciclo, i cartelli sono tornati in alto, il confronto sulla rappresentanza si è trasformato in uno scontro diretto sul Governo.

La riforma mantiene le soglie previste dal Rosatellum: 10% per le coalizioni e 3% per le singole liste, insieme al meccanismo del ripescaggio. Riduce inoltre da quattro a due le circoscrizioni per gli italiani residenti all’estero: una comprenderà l’Unione europea, l’altra il resto del mondo.

Fuori sede

L’unico punto capace di unire l’intera Aula riguarda i fuori sede. Studenti, lavoratori e cittadini lontani dal Comune di residenza per ragioni di salute potranno votare nel luogo di domicilio alle elezioni politiche, europee e ai referendum, previa iscrizione in appositi elenchi comunali. Nessuna intesa, invece, sulle modifiche legate alla parità di genere. Il Centrodestra ha presentato il risultato come l’avvio di una stagione nella quale il vincitore delle elezioni potrà governare senza dipendere da maggioranze costruite dopo il voto. Tommaso Foti vede nel nuovo sistema la possibilità di garantire esecutivi capaci di completare la legislatura e accusa le opposizioni di avere difeso l’instabilità senza proporre un proprio emendamento sulle preferenze.

Forza Italia riconduce il progetto all’eredità di Silvio Berlusconi. Stefano Benigni ha richiamato il bipolarismo tra coalizioni alternative, Enrico Costa ha insistito sulla responsabilità politica affidata agli elettori, Andrea Gentile ha attribuito al voto dei fuori sede il valore di una conquista civile. Alessandro Battilocchio lega la continuità degli esecutivi alla forza economica e internazionale del Paese.

La coalizione regge

Maurizio Lupi ha considerato i 217 voti la prova che la coalizione regge, ma non ha archiviato la questione delle liste bloccate. Il Presidente di Noi moderati ha sollecitato quindi un confronto sulle priorità dell’ultimo tratto della legislatura e ha rifiutato l’ipotesi di verifiche formali tra gli alleati.

Sul punto è intervenuto anche Matteo Salvini, che ha rivolto lo sguardo alla seconda lettura. Il leader della Lega ha però auspicato una modifica del testo: “Spero che ci sia la possibilità di recuperare anche l’indicazione, a qualche titolo, delle preferenze per lasciare ancora più libertà di scelta ai cittadini”. Una posizione che ha confermato come il primo sì di Montecitorio non abbia spento il confronto interno al Centrodestra sul rapporto tra liste bloccate e scelta degli eletti.

Antonio Tajani ha invece ridimensionato la bocciatura dell’emendamento: “Si è fatto tanto rumore per nulla”. Il Vicepremier ha ricordato di non avere mai considerato le preferenze un elemento decisivo della riforma: “L’importante è che ci sia una legge che garantisca stabilità al nostro Paese, una garanzia per tutti. Il nostro obiettivo è sapere chi vince il giorno dopo e con quali programmi si governerà”.

Critiche

Francesco Boccia ha denunciato uno “scambio vergognoso” e ha accusato la maggioranza di usare la Costituzione per comporre i contrasti tra i partiti. Secondo il Capogruppo del Pd l’autonomia rappresenta la moneta offerta alla Lega in cambio del sostegno a una riforma pensata per rafforzare Palazzo Chigi. Il Movimento 5 Stelle ha affidato a Luca Pirondini l’attacco più duro sul divario territoriale.

Il Senatore ha sostenuto che le pre-intese favoriranno poche Regioni del Nord e renderanno più difficile l’accesso ai servizi nel Mezzogiorno. Peppe De Cristofaro, per Alleanza Verdi e Sinistra, ha contestato invece il premio di maggioranza, capace a suo giudizio di trasformare una minoranza di voti in una larga quota di seggi, e ha visto nell’indicazione del Premier sulla scheda un modo per aggirare la Costituzione.

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