Dodici anni a Giovanni Castellucci, undici a Michele Donferri Mitelli, altre trenta condanne tra ex vertici di Autostrade, Spea e funzionari pubblici. Otto anni dopo il crollo del ponte Morandi il Tribunale di Genova ha fissato ieri il primo punto giudiziario sulla tragedia che il 14 agosto 2018 causò la morte di 43 persone. Il dispositivo letto dal Presidente del collegio Paolo Lepri ha riconosciuto la responsabilità dell’ex Amministratore delegato di Autostrade per l’Italia per crollo colposo e omicidio stradale. La Procura aveva chiesto 18 anni e sei mesi, la pena più alta tra quelle formulate nei confronti dei 57 imputati. Il suo avvocato ha già annunciato il ricorso: “È una sentenza erronea”.
In aula c’erano molti parenti delle vittime. Con loro la Sindaca di Genova, Silvia Salis, e il presidente del Consiglio regionale, Stefano Balleari. Alla lettura delle pene non è seguita un’esultanza. Per le famiglie è arrivato un riconoscimento atteso, non la fine del dolore.
32 condanne
“Sono soddisfatta. Contenti è un’altra cosa”, ha detto Egle Possetti, Presidente del Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi. A darle sollievo è soprattutto la tenuta dell’impianto accusatorio: “I tre filoni degli imputati sono stati tutti coinvolti nelle pene”. Possetti ha richiamato anche l’aggravante di omicidio stradale, decisiva per allungare i termini di prescrizione. Il verdetto ha attraversato tutti i livelli chiamati a garantire sicurezza, manutenzione e controlli. Michele Donferri Mitelli, ex responsabile delle manutenzioni di Autostrade, ha ricevuto una condanna a 11 anni. Il Tribunale ha inflitto cinque anni e sei mesi ad Antonino Galatà, già Amministratore delegato di Spea, e all’ex numero due di Aspi Paolo Berti. Per l’ex Direttore della vigilanza del ministero delle Infrastrutture la pena è di cinque anni.
Nel complesso le condanne sono 32. Le contestazioni comprendevano, a vario titolo, omicidio colposo plurimo, violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni, omicidio stradale aggravato, crollo e disastro colposo, lesioni, omissione di atti d’ufficio e falso. Il quadro completo emergerà dalle motivazioni, mentre le difese preparano già il secondo grado.
Nessuna fatalità
La sentenza accoglie una parte centrale della ricostruzione sostenuta dall’accusa: il disastro non fu una fatalità isolata, ma l’esito di scelte, ritardi e omissioni maturati nel tempo. È il punto che i familiari hanno difeso per anni, dentro e fuori le aule giudiziarie, contro ogni tentativo di ridurre il crollo a un evento imprevedibile. Matteo Salvini, poche ore prima del pronunciamento, aveva chiesto che le responsabilità venissero pagate “fino in fondo”. “Lucrare sulle mancate manutenzioni non ha alcuna giustificazione, né economica né morale”, le parole del Ministro delle Infrastrutture. “Nessuna condanna restituirà i loro cari ai familiari delle vittime, però conto che la giustizia sia Giustizia, con la G maiuscola”.
Il Viceministro Edoardo Rixi ha definito il verdetto “un passaggio importante nel percorso di verità e giustizia”. Per l’esponente del Mi, il ponte non cadde per caso, ma a causa di “gravi errori e omissioni da parte di chi aveva il dovere di garantire la sicurezza”. Resta il peso dei tempi: “Otto anni per arrivare a una sentenza di primo grado sono un tempo lunghissimo”.
Dal Partito democratico è arrivato un giudizio netto. Valentina Ghio, Alberto Pandolfo, Luca Pastorino e Lorenzo Basso hanno parlato di una decisione che “squarcia definitivamente il velo delle ipocrisie” e accerta responsabilità per il mancato rispetto degli obblighi di manutenzione. Le scuse presentate da Autostrade pochi giorni prima del verdetto, secondo i parlamentari, sono arrivate “fuori tempo massimo”.





