Il presidente Donald Trump ha annunciato che chiederà “immediatamente” alla Corte Suprema di riesaminare il caso che, appena una settimana fa, ha confermato il principio della cittadinanza per nascita negli Stati Uniti. Una mossa rara: il tribunale accetta formalmente le richieste di rehearing, ma le concede quasi mai. L’ultima volta che un caso già deciso è stato riaperto risale a circa 60 anni fa. La decisione del 30 giugno, con una maggioranza 6–3, ha rappresentato un duro colpo per l’agenda migratoria del presidente. Il giudice capo John Roberts ha stabilito che i bambini nati negli USA “da genitori presenti illegalmente o temporaneamente” sono “cittadini alla nascita” ai sensi del 14° Emendamento.
Cinque giudici hanno giudicato l’ordine esecutivo di Trump incostituzionale; Brett Kavanaugh ha scritto separatamente, sostenendo che la misura violava comunque la legge federale. Trump, furioso, ha definito la sentenza “una follia che distruggerà l’America se non verrà cambiata”. Il presidente sostiene che i figli di immigrati irregolari e di alcuni visitatori temporanei non siano “soggetti alla giurisdizione” degli Stati Uniti, e dunque non dovrebbero ottenere automaticamente la cittadinanza. La Corte ha respinto questa interpretazione, richiamando la tradizione giuridica che dal 1868 garantisce la cittadinanza a chi nasce sul suolo americano, rafforzata da successive pronunce della stessa Corte.
La procedura di rehearing è tecnicamente possibile: la parte soccombente può presentare la richiesta entro 25 giorni, ma serve il voto favorevole della maggioranza dei nove giudici. Un traguardo improbabile, soprattutto dopo una decisione così netta e articolata. Intanto Trump promette di continuare la battaglia sul piano legislativo, dove però ogni modifica al 14° Emendamento richiederebbe un passaggio complesso e politicamente esplosivo al Congresso.





