La decisione di Papa Leone XIV, nella serata del 4 luglio scorso, di recarsi a cena (il “pranzo” nel cerimoniale diplomatico) a Villa Richardson sul Gianicolo, residenza di Brian Francis Burch, ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, costituisce una significativa novità nella diplomazia d’Oltretevere. Per secoli, infatti, è stata esclusa la partecipazione del Pontefice al ricevimento per le Feste Nazionali degli Stati accreditati, conformemente all’articolo 47 della Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche, che impone la non discriminazione fra Capi missione.
Fanno eccezione le visite e i momenti conviviali dei Pontefici a Palazzo Borromeo, sede e residenza dell’Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede (Pio XII il 2 giugno 1951, Paolo VI il 2 ottobre 1964, Giovanni Paolo II il 2 marzo 1986 e Benedetto XVI il 13 dicembre 2008), che si spiegano alla luce del regime convenzionale speciale derivante dai Patti Lateranensi e nel dovere di cortesia internazionale nei confronti dello Stato ospitante, non replicabile nei confronti di altri Stati che intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede tramite ambasciate residenti.
La visita compiuta da Leone XIV va anche tenuta distinta da quella compiuta da Francesco, il 25 febbraio 2022, all’ambasciata della Federazione Russa in via della Conciliazione che, oltre a svolgersi nella sede della missione, fu dettata da una impellente ragione umanitaria a pochi giorni dall’aggressione all’Ucraina. Il Pontefice si mosse d’iniziativa nell’ambito della cosiddetta “diplomazia di crisi” ed il colloquio di trenta minuti con l’allora ambasciatore Aleksandr Avdeev riguardò la richiesta formale di cessare i bombardamenti, di risparmiare la popolazione civile e la necessità di tutelare i bambini e i malati, richiesta, purtroppo, completamente disattesa nel conflitto tuttora in corso. Diversamente, l’invito a cena dell’ambasciatore Burch è collegatoal 250° anniversario della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti ed è quindi riconducibile alla “diplomazia celebrativa”.
Per evitare qualsiasi futura richiesta di reciprocità da parte delle altre 89 missioni diplomatiche residenti, la Santa Sede ha mutuato la prassi della Corte di San Giacomo. Come Elisabetta II derogò al protocollo che fa divieto, per le medesime ragioni di reciprocità, di visitare le ambasciate e le residenze diplomatiche, recandosi a cena “in veste privata” a Winfield House, residenza dell’ambasciatore USA o a Kensington Palace Gardens, residenza dell’ambasciatore francese, in occasione di formali e solenni dinamiche di reciprocità di Stato (cene “di restituzione” in segno di ringraziamento, offerte dai Presidenti dei due Stati), così la Santa Sede ha utilizzato l’espediente della “visita strettamente privata”. In tal modo, anche Leone XIV ha scisso la sua persona fisica dalle funzioni di organo supremo del soggetto internazionale.
Peraltro, l’aspetto più rilevante, risiede nel superamento del dato biografico della cittadinanza d’origine del Pontefice. La visita, infatti, può ben essere letta, ratione materiae, nell’ottica delle storiche relazioni con la Chiesa cattolica statunitense. Celebrando l’indipendenza americana, Leone XIV ha probabilmente inteso omaggiare il modello giuridico del Primo Emendamento, come formulato da James Madison ed interpretato da Thomas Jefferson: “Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; …”.
Quella “laicità positiva” che ha permesso al cattolicesimo d’oltreoceano di espandersi in piena libertà, divenendo altresì il principale polmone caritativo e finanziario della Chiesa universale. In questo contesto, la cena a Villa Richardson dimostra, per un verso, la piena maturità delle relazioni diplomatiche stabilite nel 1984 da Giovanni Paolo II e da Ronald Reagan – dopo qualche decennio di rappresentanti personali del Presidente, con rango diplomatico, ma senza il titolo di ambasciatore per non dover passare dal voto di ratifica del Congresso – e, per altro verso, la superiore capacità della diplomazia della Santa Sede di adattare il proprio protocollo alle esigenze della geopolitica ecclesiale globale.





