Teheran si è fermata ieri per l’avvio dei sei giorni di funerali pubblici di Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio nell’attacco israelo-americano che ha aperto la guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele. Il feretro dell’ex Guida Suprema, esposto in una teca di vetro alla Grande Mosalla, resterà nella capitale fino a lunedì, poi sarà trasferito a Qom, Najaf, Karbala e Mashhad, dove la sepoltura è prevista il 9 luglio nel santuario dell’imam Reza. Fin dalle prime ore del mattino migliaia di persone si sono radunate nel centro di Teheran, trasformato in una zona ad alta sicurezza, con posti di blocco, spazio aereo chiuso e servizi straordinari di trasporto.
Secondo il Comune, tra le 5.30 e le 15 la metro ha trasportato 2,2 milioni di passeggeri. Le autorità iraniane hanno parlato di 15-20 milioni di partecipanti attesi nella capitale. Per il caldo oltre i 35 gradi, sono state predisposte oltre 400 tende e punti d’acqua. La cerimonia ha avuto anche il tono di una mobilitazione politica. Tra bandiere rosse sciite con la scritta “Martire”, la folla ha scandito “Vendetta” e “Morte all’America, morte a Israele”. Accanto alla bara di Khamenei sono stati esposti anche i feretri di alcuni familiari uccisi con lui: secondo Teheran, una figlia, un genero, una nuora e una nipote di 14 mesi. Il Presidente Masoud Pezeshkian ha scritto su X che “la bandiera” del “leader martire” “non cadrà a terra”.
Delegazioni e assenze
A Teheran è arrivato anche il premier pachistano Shehbaz Sharif, mediatore tra Washington e Teheran, che ha ricordato “la saggezza, la leadership e la profonda influenza” di Khamenei. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha incontrato una delegazione di Hezbollah. L’Italia non ha partecipato alle esequie: fonti informate hanno spiegato che Roma non è stata invitata, come la maggior parte dei Paesi europei accusati da Teheran di aver assunto una posizione “inappropriata” sull’attacco di Stati Uniti e Israele. L’assenza più pesante resta quella di Mojtaba Khamenei, figlio di Ali e nuova Guida Suprema dall’inizio di marzo. Secondo fonti iraniane citate dal New York Times, Mojtaba vorrebbe partecipare alla sepoltura del padre il 9 luglio, ma finora la richiesta sarebbe stata respinta per ragioni di sicurezza, nel timore che Israele possa localizzarlo o ucciderlo. La sua mancata apparizione pubblica alimenta interrogativi sulla tenuta della successione.
Il negoziato con Washington
Il lutto nazionale si intreccia con la fase diplomatica aperta dal memorandum d’intesa firmato a giugno da Stati Uniti e Iran, che prevede 60 giorni per trasformare la tregua in un accordo stabile. L’intesa, approvata “con riserve” da Mojtaba Khamenei dopo le garanzie di Pezeshkian e degli altri vertici iraniani, resta fragile: sul tavolo ci sono nucleare, riapertura piena dello Stretto di Hormuz, tariffe sul transito marittimo e garanzie di sicurezza per Teheran. Secondo il New York Times, l’approvazione dell’intesa avrebbe aperto uno scontro ai vertici della Repubblica islamica. Pezeshkian avrebbe illustrato a Mojtaba Khamenei la gravità della crisi economica, aggravata dal blocco navale statunitense e dalle restrizioni nello Stretto, minacciando le dimissioni se la nuova Guida Suprema avesse respinto l’accordo con Washington.
Una pressione insolita, che segnala il peso assunto dal Presidente nella fase postbellica e la difficoltà del nuovo leader religioso, ancora assente dalla scena pubblica, a imporre una linea univoca. Le tensioni interne restano aperte. Pezeshkian ha difeso i colloqui con gli Stati Uniti, sostenendo che non sarebbero avvenuti senza il via libera della Guida Suprema. Ma l’intesa è contestata dai settori più duri del sistema, contrari a concessioni su nucleare e Hormuz e favorevoli a ritorsioni dopo la morte di Ali Khamenei. Per questo le esequie diventano anche una prova di compattezza per un regime costretto a mostrare unità mentre tratta con Washington.
Il nodo Hormuz
Resta aperto il dossier Hormuz. L’ambasciatore iraniano a Pechino, Abdolreza Rahmani Fazli, ha annunciato “condizioni speciali” alla Cina e ai Paesi amici nel nuovo regime tariffario per il transito delle navi. Lo Stretto, da cui passa circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto, è ormai per l’Iran una questione di “sicurezza nazionale”. Nelle stesse ore Francia e Regno Unito hanno firmato con l’Oman un accordo per sostenere la sicurezza della navigazione.





